INCREDIBILE … MA FALSO!
INTRODUZIONE
Aveva bisogno di soldi!
Fu questo l’unico vero motivo per cui decise di scrivere il suo secondo libro. Aveva avuto un discreto successo con la sua opera prima, ed i guadagni non erano stati pochi, ma ora le vendite si stavano affievolendo, riducendo le sue entrate. Non c’era alcuna ispirazione artistica che lo indirizzasse alla scrittura: lo faceva solo per i soldi. Voleva che questo secondo libro fosse un successo, un successo vero... così da potersi sistemare per il resto della sua vita.
Ci pensava ormai da qualche tempo: quale poteva essere un argomento trainante, di quelli che vanno per la maggiore, di quelli che appassionano e fanno vendere?
Per lui le ultime settimane erano trascorse alla ricerca dell’idea vincente, dell’argomento da proporre ai lettori con l’assoluta certezza di un risultato positivo.
Riteneva ormai sorpassati i tempi dei romanzi d’amore e delle storie strappalacrime. Il pubblico voleva azione, intrigo, suspence.
Un racconto verità, quasi un reportage: il resoconto in chiave giornalistica di un inviato in zona di guerra! Ma Marco Dettori, ancora scapolo a 36 anni, amava la vita comoda e non voleva andare in giro per il mondo a rischiare.
Pensava: "Anche Salgari ha raccontato avventure di giungle lontane, senza mai avere lasciato la sua città." Ci voleva sì un racconto verità, ma riferito a qualcosa che potesse accadere anche sotto casa, così il lettore ne sarebbe stato maggiormente coinvolto, quasi vivesse in prima persona l’esperienza descritta nel libro. Ma un racconto verità avrebbe poi scatenato la curiosità del pubblico, e magari qualcuno avrebbe voluto andare a controllare quanto ci fosse di vero. Ci voleva una verità non verificabile.
Finalmente l’idea: avrebbe raccontato di un incontro con un extra terrestre. Il piano prendeva a poco a poco forma nella sua mente. Avrebbe fatto decollare la curiosità della gente dichiarando di aver avuto un incontro con un extra terrestre. Avrebbe partecipato a qualche riunione o convegno sull’argomento e poi, sull’onda della crescente curiosità, avrebbe scritto un libro raccontando la storia di questo suo incontro. Naturalmente tutto andava organizzato bene, perché non poteva permettersi di essere poi smentito. Fu così che iniziò a dedicarsi allo studio dell’argomento prescelto, con scrupolo e pazienza. In meno di un mese divorò decine di libri passando con estrema tranquillità dalla scienza, quella vera, alla fantascienza. Iniziò con Newton, poi Einstein, quindi Hawkings (il suo "Dal Big Bang ai buchi neri" era uno dei libri più entusiasmanti e descriveva splendidamente le teorie più rivoluzionarie sulla nascita e la vita dell’universo), ma gli piacque molto anche Fred Alan Wolf, un grandissimo fisico che esamina scientificamente la possibilità di esistenza degli "Universi paralleli", unico modo secondo lui di spiegare la più moderna teoria della fisica quantistica.
Trai "fantascientifici", a parte il grande Asimov, gli piacque molto Fredrick Brown... ed in modo particolare tutti quelli che affrontavano il problema dei "viaggi nel tempo".
Tra questi, alcuni lo lasciavano perplesso, poiché non trovava differenza tra scienza e fantascienza: J. W. Dunne sosteneva scientificamente che passato e futuro coesistono, ed i nostri sogni attingono indifferentemente dal passato e dal futuro, poiché, quando sogniamo usciamo dal condizionamento temporale che invece ci avvince da svegli. Jack Finney (nel suo "Indietro nel tempo") immaginava di poter andare nel passato senza bisogno di "macchine" (come invece aveva pensato H. G. Wells, pioniere dell’argomento, quando scriveva "La macchina del tempo", uno dei più classici libri di fantascienza), ma soltanto grazie all’utilizzo appropriato della forza del pensiero. Insomma l’incontro con l’extra terrestre doveva essere poi collegato al tentativo di dare una soluzione al problema dei viaggi nel tempo.
L’impegno che Marco Dettori profondeva nella ricerca e nello studio era tale che lui stesso si stava convincendo che il contatto con l’extra terrestre era non solo possibile, ma vero. Si preparò decine di domande pensando a quello che lui avrebbe voluto chiedere a chi avesse incontrato un extra terrestre, e si concentrò per rispondersi in maniera logica, completa e senza contraddizioni.
Quando finalmente ebbe le idee chiare, gli appunti completi ed il silenzio intorno, iniziò a scrivere la sua storia. Già immaginava il titolo: "Al di là del tempo e dello spazio tutta la verità". Sapeva anche che proprio nel titolo c’era la più grande bugia della sua vita, ma, come ho già detto, Marco Dettori aveva bisogno di soldi.
MARCO DETTORI
AL DI LA DEL TEMPO E DELLO SPAZIO:
TUTTA LA VERITÀ
CAPITOLO PRIMO
Tutto è cominciato in un aeroporto: stavo aspettando la chiamata del mio volo quando ho sentito un desiderio fortissimo.
Dovevo scrivere.
Sì, scrivere! Una cosa che ho sempre amato fare. Sono quasi grafomane: anche nel mio lavoro preferisco sempre scrivere che non parlare o telefonare. Spesso questo mi è tornato utile: c’è una bella differenza tra dire e scrivere; come d’altronde c'insegnano i latini, "verba volant, scripta manent"! Quando iniziai a scrivere, quel giorno in aeroporto, mi accorsi che c’era qualcosa di strano. La mia mano andava libera e veloce ma mi rendevo conto del significato di quelle frasi, che io stesso componevo, soltanto dopo che le avevo scritte. Un’idea balzana mi frullava in testa: immaginavo che qualcuno mi stesse manovrando telepaticamente per farmi scrivere quello che lui aveva intenzione di comunicarmi.
Ero confuso: la mano continuava a stringere la penna e le faceva sputare inchiostro, formando parole e parole, su quel libricino, fatto di tante pagine bianche, che neanche sapevo come mi fosse capitato tra le mani. Sì, è vero, lo avevo comprato in seguito a quel fortissimo desiderio di scrivere che mi era preso...
Desiderio veramente ed assolutamente irrazionale, ma che si realizzava: stavo scrivendo e sapevo che ciò che scrivevo (anche se non sapevo ancora cosa avrei scritto) sarebbe diventato questo, il mio secondo libro, appunto.
Ci sono persone che riescono a lasciarsi andare, quasi in trance, e la loro mano si libra leggera, impugnando la penna e scrivendo, facendo affiorare pensieri inconsci che sembrano materializzarsi sulla carta... Oppure evocando spiriti e fantasmi dei quali riprendono anche lo stile e la calligrafia... O registrando sulla carta pensieri telepatici che viaggiano al di fuori del tempo e dello spazio. Io scrivevo, e capivo che il mio scrivere era un tentativo di lasciare le solide certezze della realtà per affacciarsi al mondo del dubbio, dell’irreale, del paranormale. La mia scrittura diventava un messaggio dolcemente e blandamente enigmatico, per evitare che io mi spaventassi ed improvvisamente smettessi.
Un messaggio che lentamente doveva catturare la mia attenzione e incuriosirmi come fosse una storia raccontata ad un bimbo, che non deve spaventarlo, ma neanche annoiarlo. Un messaggio a cui non potevo credere; mi attirava come fosse un gioco, in questo dubbio che però cominciava ad aleggiare: ero io che scrivevo e stavo giocando con me stesso o le mie dita e la mia penna erano strumenti indipendenti dalla mia volontà e dal mio cervello? "Ciao". Questa parola, come tutte le altre d’altronde, apparve sul foglio ed io me ne accorsi solo dopo averla scritta.
Eppure se l’avevo scritta dovevo averla prima pensata. Non era possibile che la mano fosse stata più veloce del pensiero.
"Chi sei?" scrissi, questa volta di mia sicura iniziativa. Se non ero stato io a decidere di scrivere "ciao", doveva essere stato qualcun altro, ed al dubbio o alla paura si sovrapponeva ora la curiosità. "Aafris, o almeno così si pronuncia il mio nome nella vostra lingua". Se stavo giocando con me stesso, il gioco non mi dispiaceva. "Da dove vieni?"
"Certo non dal tuo mondo, però il mio altro mondo non è poi così distante dal tuo".
"Che cosa intendi: sei uno spirito, sei un sogno, sei un messaggio telepatico, sei un extra terrestre, sei un gioco inconscio del mio cervello?"
"Vedi, tu fai così tante distinzioni, che diventa difficile rispondere con un sì o con un no: cercherò di risponderti con un esempio.
Un cane, un gatto o una balena, sono animali diversi ma pur sempre mammiferi. Quindi alla domanda se un cane è un mammifero risponderesti "sì", mentre alla domanda se un cane è un gatto, risponderesti "no". Per cui secondo la domanda che fai sul cane puoi ottenere una risposta "sì" oppure "no", ma il cane rimane sempre il cane. La risposta "sì" o "no" ti può aiutare a catalogare l’argomento in una o nell’altra classe d'appartenenza, ma ti rimanderà ad una domanda successiva in una spirale senza fine. Addirittura possiamo arrivare a dire che se hai un cane di pezza, questi "non" è un mammifero, mentre un gatto che fa la guardia e stana i topi, può essere considerato un fedele amico dell’uomo, quasi fosse "sì" un cane. Siamo così già arrivati alla filosofia pura: quella scienza in grado di dimostrare tutto ed il contrario di tutto."
"Tu parli, o meglio scrivi, molto bene, ma questo, se non altro, mi dimostra che hai la capacità di esprimerti nel mio linguaggio, quindi dovresti anche saperti adattare ai miei pensieri e darmi risposte coerenti con la logica, evitando di divagare con la filosofia." Mi stavo quasi convincendo che ero io stesso a giocare con il mio cervello, quando le parole assunsero un nuovo significato su quel foglio.
"Non stai certo facendo un gioco inconscio con il tuo cervello: questo è ciò che posso assicurarti, e spero che tu sappia accettare questa mia affermazione anche come risposta alla tua domanda."
Rimasi attonito a guardare quelle poche parole che io avevo scritto, sapendo che non ero stato io a decidere di scriverle. Cosa mi stava succedendo: ero abituato a ragionare secondo logica, cercando una dimostrazione razionale a tutto ciò che accadeva, vagliando scientificamente ogni avvenimento, e ora dovevo credere che le parole che apparivano sul foglio (non apparivano affatto, perché scaturivano dalla mia penna, quindi dalla mia mano, quindi dal mio cervello, quindi dalla mia volontà... o no?) fossero un messaggio proveniente da un altro mondo. Ma quale mondo: quello degli spiriti, quello dei sogni, o forse quello (ora tanto di moda) degli extra terrestri? Non credo che messaggi da altri mondi ne siano mai arrivati, o almeno non così precisi da restare scritti. 0 forse sì: non ero più sicuro di niente. Il mio cervello vagava insicuro con la consapevolezza che forse la pazzia non è poi così difficile da raggiungere. Intanto la penna continuava a tracciare segni sul foglio.
"Per uniformarmi al tuo pensiero, posso dire che sono un extraterrestre, nel senso che non sono un essere umano come sei tu, non ho mai vissuto su questo pianeta e non ho legami di sangue con alcuno degli esseri presenti sulla Terra. Va meglio così?"
Mi accorsi di rispondere: "Beh, in fondo è proprio quello che pensavo, quindi potrei anche immaginare che sia io a crearti in questo momento e creandoti come voglio io, seppure inconsciamente, non puoi che rivelarti per quello che io penso. "La mano riprese a far sputare inchiostro alla penna: "II tuo pensiero è perfettamente logico, ma se vuoi che io ti trasmetta qualcosa, dovrai lasciare da parte la tua logica e seguirmi in un nuovo mondo" Ripresi la parola... o, meglio, la scrittura: "La mia logica è forte, ma la mia curiosità lo è ancora di più, perciò mi sta bene: andiamo pure dove vuoi!"
La penna continuava a vagare autonomamente sul foglio, seppure mantenendosi ancorata alla mia mano. Le parole assumevano un significato sempre più nuovo, mentre si formavano sotto i miei occhi.
CAPITOLO SECONDO
"Anzitutto va detto che la mia è una missione concertata in un tempo ed un luogo molto distanti da qui, il cui scopo è quello di effettuare una riparazione nel meccanismo che regola il vostro mondo e che si è guastato, inceppandosi".
La mia curiosità si stava trasformando in delusione profonda: la mia logica non mi aiutava certo a capire, e d’altronde potevo solo immaginare che non fosse poi così facile, anche per lui spiegarsi... lasciavo che la penna andasse avanti... Tanto poi avrei avuto il tempo di rileggere, ragionando su ciò che trovavo scritto, e magari, sforzandomi un poco, sarei anche riuscito a capirci qualcosa.
"So che queste parole non sono facili da comprendere..." Che fosse extra terrestre ormai lo avevo accettato, ma che anche mi leggesse nel pensiero mi dava molto fastidio, perché mi faceva sentire nudo come Adamo quando... Beh, questa storia la sapete già.
"Il meccanismo che si è inceppato riguarda il vostro scorrere del tempo: nel vostro futuro c’è un uomo che scoprirà il segreto di viaggiare nel tempo perché viaggiare nel tempo si può, questa è una certezza assoluta della quale non devi dubitare, però compirà un errore: manderà tutto e tutti indietro e quindi il tempo riprenderà daccapo da un ben definito momento del passato".
Mi sembrava di vedere, come fossi seduto in prima fila, proprio quei film che tanto mi appassionavano: Ritorno al Futuro, uno, due e tre! Le parole continuavano ad apparire sul foglio. "Non ci sarà nessun cambiamento: tutto verrà rivissuto esattamente uguale a prima, con nascite, morti, rivoluzioni, fino ad arrivare allo stesso uomo che farà la stessa scoperta e lo stesso errore... e così daccapo ancora in un ripetersi infinito degli stessi avvenimenti, come una ruota che gira senza che avvenga alcuna variazione".
Se non fosse che questa è un’idea troppo assurda per essere maturata nel mio cervello, direi che è proprio una bella trama per un film di fantascienza... o magari di horror! Però cominciavo a capire. Una minima variazione negli avvenimenti, avrebbe permesso di evitare la ripetizione infinita di fatti già accaduti chissà quante volte, ed avrebbe permesso al mondo, al nostro mondo, di riprendere ad andare avanti. Però non mi sembrava così semplice: come avrei potuto, io, misero abitante di questo mondo, influire su fatti che non conoscevo, che non sapevo se e quando sarebbero accaduti, che non potevo verificare se reali o frutto della mia fantasia. I miei dubbi, ormai lo sapevo, venivano immediatamente recepiti dal mio sconosciuto interlocutore, così la penna riprendeva a sputare inchiostro sul foglio.
"Ultima chiamata per il volo AZ270 per Bruxelles" L’altoparlante gracchiava ed io ero bruscamente riportato alla realtà.
Chiusi velocemente il libricino, agguantai la mia ventiquattrore e balzai in fila: non volevo certo perdere l’aereo. Però avevo la mente un po’ confusa. Cosa mi era successo: cosa avevo scritto in quel libricino? Sapevo che, questa volta, avevo ingannato l’attesa meglio di tante altre volte: scrivere storie di fantascienza (ma non è che fossi proprio sicuro che si trattasse di fantascienza) era quasi meglio che fare le parole crociate sulla "Settimana Enigmistica", nonostante io fossi un vero appassionato di sciarade, incroci mnemonici e crittografie.
Salii sull’aereo, presi posto e dopo aver allacciato la cintura di sicurezza, tirai fuori di tasca il "libricino" e rilessi tutto quello che avevo scritto fino a quel momento.
Più leggevo e più mi convincevo che la mia fantasia aveva sciolto i suoi legami con la mia volontà: mi ero lasciato suggestionare da troppi libri di fantascienza, letti ultimamente, ed avevo creato una storia tutta mia. Mi piaceva proprio quello che avevo scritto: era una storia magnifica. Avrebbe certo avuto successo...
Se solo avessi saputo scrivere meglio! La mia vicina si sistemò la cintura di sicurezza, poi si girò verso di me e mi disse: "Credo che noi ci conosciamo: il mio nome è Aafris" . Il mio maestro è sempre stato Cartesio: il filosofo che basò tutta la sua filosofia sul famoso "dubito ergo cogito, cogito ergo sum" (dubito quindi penso, penso dunque sono) ed il dubbio riesco ad infilarlo dappertutto, perciò le sorrisi e dissi: "Le è piaciuto davvero il mio raccontino?"
(Pensavo proprio che avesse leggiucchiato il mio libricino mentre lo sfogliavo... ma era ormai l’ultima speranza che mi era rimasta, perché altrimenti non poteva essere che veramente Aafris, e mai avrei immaginato che fosse una donna!).
"Penso che ormai potremmo darci del tu: io sono Aafris e tu sei stato scelto anche per il tuo scetticismo ed il tuo dubitare di tutto...
Così quando ti sarai convinto di ciò che ti viene detto riuscirai con più facilità a trasmetterne il messaggio agli altri, avendo già sviscerato tutte le possibili contestazioni o contraddizioni che mai potranno esserci."
Questa volta mi aveva letto il pensiero, quindi non potevo più immaginare che lo avesse leggiucchiato da qualche parte: allora non poteva essere che logicamente proprio lei, Aafris.
CAPITOLO TERZO
Restai a guardarla incantato per un po’, prima di poter aggiungere una sola parola. Quella donna aveva un fascino particolare e difficile da descrivere: forse era quell’alone di mistero che la avvolgeva, o forse quel profumo tutto femminile, ma sentivo che mi incantava e mi attraeva. "Ciao, Aafris - dissi, porgendole la mano per salutarla - scusa se ho dubitato, ma so che tu mi capirai: ormai l’unica chance che mi resta è quella di accorgermi che questo è un sogno, altrimenti..."
Lei strinse la mia mano (mi stavo domandando se anche gli extraterrestri si salutano dandosi la mano...) e rispose: "Puoi stare tranquillo che non ti sveglierai, perché questo non è un sogno: io sono vera, sarò la tua compagna di viaggio e potremo chiacchierare quanto vorremo; e, naturalmente, sono pronta a rispondere a tutte le domande che mi vorrai fare".
Sarebbe stato un bel viaggio, verso Bruxelles. Senz’altro diverso dal solito: non mi era mai successo di avere come compagna di viaggio una extraterrestre, che ormai sentivo di poter considerare come una vecchia amica. Entrai subito in argomento e la prima domanda, che mi nacque spontanea, mi fece sentire come un grande giornalista alle prese con il più famoso personaggio del momento. "Quante volte ho già fatto questo viaggio?" Mi riferivo, naturalmente, a quanto avevo sentito (o meglio scritto) sulla ripetitività della vita da quando qualcuno, in futuro, aveva trovato la maniera di tornare al passato ed aveva fatto ripartire il passato senza possibilità di modifica.
"Migliaia!" Mi stavo abituando a pensare "macro", da quando ragionavo in termini di milioni di anni luce... Però avrei potuto immaginare una ripetitività di solo due o tre volte, quindi la risposta mi parve assurdamente enorme.
"Come mai io non ho alcun tipo di ricordo per queste migliaia di volte?" domandai. Lu hostess interruppe i nostri discorsi avvicinandosi con i vassoi della colazione. Aprimmo il tavolino dinanzi a noi e sistemammo i vassoi. Comunque, io non avevo fame. I discorsi con la mia vicina sarebbero stati molto più interessanti... ma lei iniziò a sgranocchiare un panino. Si sistemò il tovagliolo sulle gambe, aprì la confezione contenente il secondo (arrosto e verdure), ed iniziò a mangiare, indirizzando tutto il suo interesse alla carne e quasi dimenticandosi di me.
Si versò il succo d’arancia, ne bevve abbondantemente, poi si girò dalla mia parte ed iniziò a parlare: "Tu immagina di vedere una partita di calcio alla televisione, di registrarla e poi di inserire il nastro nel videoregistratore così che riprenda da capo ogni volta che la partita finisce. I fatti della partita non cambieranno mai: quel giocatore farà goal sempre allo stesso minuto, l’arbitro fischierà gli stessi falli, il pubblico esulterà sempre allo stesso modo... e non è razionale immaginare che qualcuno tra i giocatori possa pensare di avere un ricordo quando il nastro si riavvolge e ricomincia daccapo."
Non c’era male come risposta: mi aveva proprio convinto.
"Però - riattaccò - c’è un però".
Rimasi fermo con il bicchiere di vino in mano. Come pensavo, mi ero appena convinto che aveva ragione e lei subito mi ribaltava la situazione. "Il però consiste nel fatto che la ripetitività non è mai stata esattamente uguale, proprio perché già altre volte noi abbiamo cercato di intervenire, e questo ha creato degli scompensi"
Trangugiai il bicchiere di vino che ancora brandivo, prima di tornare all’attacco. "Vuoi dire che in qualcuna delle migliaia di volte già vissute qualcuno di voi è intervenuto, ma senza successo?" domandai.
"Esattamente" rispose.
"Però questo vostro intervenire ha in ogni modo cambiato qualcosa. Puoi spiegarmi cosa ha modificato?"
"Ha permesso di sviluppare la facoltà del ricordo, così capita che ci si ricordi di aver già vissuto quel determinato avvenimento... anche se erroneamente lo si attribuisce a fatti analoghi del passato, magari di vite precedenti."
Stavo entrando nel vivo della comprensione, allora la interruppi: "Il famoso deja vù!"
"Esattamente" rispose ancora. Beh, se non altro non eravamo solo dei personaggi registrati sul nastro di un videoregistratore.
La hostess si avvicinò per versarmi il caffè. La guardai pensando a quante volte già aveva ripetuto meccanicamente quel gesto: non mi riferisco al ripetersi dì un gesto che lei faceva nel suo lavoro, ma pensavo proprio a quel medesimo e specifico gesto che lei aveva già ripetuto per le migliaia di volte in cui quel momento era già stato vissuto. Sentivo il cervello andarmi in confusione. Non è facile accettare una visione della realtà come quella che mi stava apparendo grazie alle rivelazioni di Aafris.
Mille pensieri mi fluttuavano nel cervello, e la mia logica non riusciva a scegliere la prossima domanda da fare: cercavo di raccogliere le idee, per poi poter andare avanti. Mi veniva in mente qualcosa che avevo visto al cinema alcuni anni prima: un personaggio di un film si innamorava di una spettatrice, usciva dal film e cercava di vivere la sua vita in una realtà reale, che era diversa dalla realtà del film. Mi sembrava quindi di essere come lui: un personaggio di un film che si stava ripetendo continuamente...
E ora ne divenivo cosciente e volevo uscirne fuori! L’unica chance era evitare che potesse esserci un momento di fine del film, con conseguente nuovo inizio.
Dovevo aiutare Aafris a trovare la soluzione: fermare quello scienziato che doveva inventare il modo di tornare indietro nel tempo, per evitare quelle conseguenze dì rotazione eterna dì cui ormai ero proprio convinto. Aafris entro nei miei pensieri e borbottò: "Non si tratta di un’invenzione, ma di una scoperta!" La guardai allucinato e chiesi: "Come? Cosa?"
"Sì - rispose - il modo per viaggiare nel tempo non è inventato, ma è scoperto: voi siete abituati a pensare allo scienziato che costruisce la macchina per viaggiare nel tempo, ma non c’è nessuna macchina da inventare. Come per la scoperta del fuoco.- il fuoco esisteva prima che l’uomo se ne rendesse conto, finché un giorno qualcuno ha semplicemente scoperto come produrlo e come controllarlo: lo stesso avviene nel caso del viaggiare nel tempo. Esiste in natura la possibilità; si tratta semplicemente di capire come avviene, bisogna soltanto scoprire come funziona, senza dover inventare niente" Ero sempre più confuso.
"Vuoi dire che domani qualcuno può accorgersi per caso che fra loro due pezzetti dì legno può produrre lo spostamento del tempo... Così come si produce Io sprigionarsi della scintilla che genera il fuoco?"
Mi elogiò dicendo: "Vedo che la tua intelligenza è pronta e vigile: devo dirti che hai perfettamente capito come stanno le cose. Chiaramente non è strofinando due legnetti che si sposta il tempo, ma facendo qualcosa di altrettanto semplice ed elementare."
"E tu non puoi dirmi come si faccia..." ironizzai. Accennò un sorriso ma non rispose.
Il mio pensiero andava a Fredrick Brown, grandissimo scrittore di fantascienza. Il suo capolavoro "Un assurdo universo" spiegava proprio come era avvenuta la scoperta casuale della possibilità di viaggiare nel tempo: un contatto elettrico generatosi in una semplice macchina da cucire... "Allora, riassumiamo, sappiamo che si può viaggiare nel tempo, sappiamo che tra breve scopriremo il come, ma dobbiamo stare attenti a non sbagliare... Però tu non mi puoi dire come si fa a viaggiare nel tempo, non mi puoi dire quando lo scopriremo e non mi puoi dire quale sbaglio stiamo per fare. E' un bel problema!" Incalzai con tono interrogativo: "Ma almeno potrai raccontarmi di te, del tuo mondo, del tuo tempo?"
"Questo si può fare, come no!" rispose, quindi iniziò a parlare.
Mi raccontò di un mondo immateriale (ma come possiamo noi capire cosa sia un mondo immateriale visto che siamo fatti di materia), di un mondo senza tempo (ma come possiamo noi capire come sia un mondo a-temporale, visto che siamo immersi nel tempo), di un mondo multi-dimensionale (ma come possiamo noi capire cosa sia un mondo a più dimensioni, quando viviamo in un mondo che riteniamo unico)... ed io ero sempre più confuso.
L’unica cosa di cui mi rendevo conto era la sua bellezza ed il suo fascino, e mi lasciavo cullare dal cantilenare della sua voce. E se non ci capivo niente pensavo: e chi se ne frega!
C’era lei, accanto a me, e questo mi bastava. Improvvisamente smise di parlare: il Comandante stava annunciando che entro pochi minuti saremmo atterrati a Bruxelles. Controllai la cintura di sicurezza che, tra l’altro, non avevo neanche slacciato da quando eravamo partiti, tanto ero rimasto preso dai discorsi di Aafris. Guardandola mi accorgevo sempre più che nessuno avrebbe potuto immaginare la sua provenienza extraterrestre: era una simpatica biondina, con un bel paio di occhiali che le davano un’aria molto intellettuale, un vestitino attillato, di un rosso sgargiante, e non dimostrava più di 27 anni (dei nostri, naturalmente!).
Incuriosito, domandai: "Ma come hai fatto ad assumere questo aspetto così umano, ottenere un passaporto italiano, salire su questo aereo per Bruxelles?"
Mi guardò attentamente un attimo, poi rispose: "Poiché tra tutti gli esseri intelligenti sparsi per le varie galassie c’è una matrice comune, ecco che siamo tutti simili e non dobbiamo modificare il nostro aspetto: anche nel mio mondo io sono così come ora mi vedi, non ho dovuto attuare alcuna trasformazione o mascheramento. Sono semplicemente stata mandata in missione, per i motivi che ti ho spiegato, e per fare questo sono stata dotata di tutto quanto necessario, incluso un passaporto ed una identità terrestre." Ero proprio affascinato. L’aereo era atterrato e noi ci apprestavamo a scendere. La mia mente si stava adattando alla nuova situazione della quale ero stato messo al corrente: domande su domande si affollavano nel mio cervello e non vedevo l’ora di poter essere in grado di continuare il dialogo con Aafris. Però c’era anche un’altra realtà alla quale non potevo sfuggire.
Mi trovavo a Bruxelles per un incontro di lavoro ed ero già in ritardo. Non ci fu bisogno di interrogare Aafris, perché lei mi anticipò: "Tu ora devi andare e quindi non preoccuparti: stasera ci ritroviamo sull'aereo e torniamo a Milano insieme."
Mi venne spontaneo chiederle: "D’accordo, ma tu ora cosa fai?"
Mi incantò la sua risposta: "Mi prendo un po’ di vacanza durante questa mia missione, e faccio la turista: ci vediamo stasera!"
Le porsi la mano; e stringendole la sua dissi: "Ciao, allora... a stasera!" La vidi allontanarsi: aveva un’andatura molto elegante, che metteva in mostra tutta la signorilità e - oserei dire - la nobiltà e (perché no?) la femminilità al punto che, per un momento, pensai di piantare tutto e seguirla. Poi decisi di rientrare nella mia realtà, e mi diressi nella direzione opposta... verso la riunione che mi attendeva.
CAPITOLO QUARTO
Uscii dall’aeroporto, saltai su un taxi e cercai di concentrarmi sull’attività lavorativa che mi aspettava. Poi, con un sorriso, pensai a quante volte - migliaia - avevo già partecipato a quel meeting al quale ora mi stavo recando. Ciò di cui sentivo la mancanza era un amico con cui parlare; a cui raccontare cosa mi era successo, magari solo per sentirmi contraddire e riportare ad una realtà terra terra.
L’incontro di lavoro andò bene: alle sei del pomeriggio ero già di ritorno in aeroporto. Il volo sarebbe partito alle otto, quindi avevo tutto il tempo che volevo per fare un po’ di shopping al duty free, e recuperare qualche souvenir... anche se il souvenir più bello sarebbe stato il ricordo di quanto mi era accaduto quella mattina! C’era una domanda che stava acquistando priorità su tutto il resto: "Perché proprio io?"
Mentre facevo gli acquisti (qualche scatola di cioccolatini, una confezione di caviale, due T-shirt...) cercavo con lo sguardo Aafris, ma non si vedeva. Forse stava ancora svagandosi, sapendo che tanto avrebbe avuto tutto il tempo necessario per non perdere l’ aereo. Il mio cervello continuava a ripetermi: "Perché proprio io?" e non riuscivo a darmi una risposta. Se Aafris mi avesse detto: "Lo scopritore del modo per viaggiare nel tempo è il signor Mario Rossi che abita in via Tal dei Tali", io cosa avrei dovuto fare: presentarmi e dirgli "Caro signor Mario Rossi, guardi che lei deve lasciar perdere perché il suo tentativo di viaggiare nel tempo è destinato a fallire, con conseguenze molto gravi per l’intera umanità." Quello avrebbe chiamato il 113 e ma’ avrebbero ricoverato in una clinica psichiatrica, da dove non sarei più uscito.
D’altronde, se la scoperta doveva avvenire per caso, il signor Mario Rossi non poteva neanche immaginare che lui era il predestinato a farla. Comunque sarebbe stato più semplice se Aafris si fosse presentata al signor Mario Rossi, senza mettermi di mezzo. Gli avrebbe potuto spiegare tutto, come aveva fatto con me, dicendogli che lui era il predestinato.
"E' esattamente quello che ho fatto" Aafris mi si era avvicinata senza che la sentissi; certamente aveva letto il mio pensiero ed ora veniva con la più ovvia delle risposte: ero io il signor Mario Rossi.
Cioè, proprio a me sarebbe toccato dì scoprire il modo per viaggiare nel tempo e proprio io ero la causa di questa ripetitività continua scaturita da un mio errore. "Dunque - cominciai a ragionare a voce alta - anche se non posso essere sicuro che tutto ciò che mi hai detto sia vero, è chiaro che quando tu mi rivelerai come si fa a viaggiare nel tempo, io eviterò di farlo, così si sbloccherà definitivamente ogni cosa."
"Ma io non posso - mi interruppe Aafris - non posso rivelarti come si fa a viaggiare nel tempo, perché questo sarebbe un contravvenire alle leggi dell’Universo: tutte le cose da scoprire o da inventare voi terrestri dovete scoprirle e inventarle da soli."
"Ma allora come faccio - capivo che le cose si complicavano - a sapere cosa 'non' devo fare per evitare che scatti il meccanismo errato del viaggio nel tempo?"
"E' proprio questo il problema!" esclamò Aafris.
"Almeno puoi dirmi - incalzai - quanto tempo abbiamo per risolvere l’enigma: cioè quando è previsto il ritorno al passato?"
La vidi pensierosa. Tardava a rispondere, ed intanto dall’altoparlante arrivava la chiamata del nostro volo. "Abbiamo poco tempo" disse. Mi venne da ridere: non riuscivo a capire se la sua affermazione fosse stata la risposta al mio quesito oppure la considerazione che dovevamo sbrigarci se non volevamo perdere l’aereo.
"Arrivati a Milano - riprese a parlare - dovremo andarcene ognuno per la sua strada: la mia missione sarà finita e tu dovrai arrangiarti." Non c’era cattiveria nel suo tono di voce, anzi capivo che voleva dirmi di continuare a farle domande per tentare dì mettere le cose in maniera tale da riuscire a risolvere l’enigma anche senza di lei. "Non credo che tu abbia risposto alla mia domanda su quando è previsto che io metta in moto il meccanismo"
"Ci sono regole ben precise a cui devo attenermi: non posso dirti né il come, né il quando... e neppure il dove o il perché."
CAPITOLO QUINTO
Ci avviammo lungo il tunnel che collega l’aeroporto all’aereo.
Salendo a bordo prelevai una copia di un giornale, sapendo che in ogni caso non avrei avuto il tempo per leggerlo.
Sistemammo i bagagli a mano, quindi prendemmo posto sull’aereo, che doveva riportarci a Milano. Sarebbe stato un volo di poco più di un’ora, e questa ora era tutto il tempo che avevo a disposizione per capire quanto più possibile. Ci allacciammo le cinture di sicurezza e mentre la hostess iniziava a dettagliare le cose da farsi in caso di pericolo (dislocazione delle uscite di sicurezza, funzionamento del salvagente, alloggiamento delle maschere) io decisi di incalzare con le domande. "Aafris puoi spiegarmi cosa vuole dire viaggiare nel tempo?"
"Questo ti è concesso: tu immagina un treno che viaggia tra due città, poniamo Venezia e Torino. Questo treno si muove da Est verso Ovest ad una velocità di circa IO0 chilometri orari."
Mi sapeva tanto che la prendeva un po’ troppo alla larga, e questo avrebbe portato via del tempo prezioso. Però non la interruppi. Continuò. "A questo treno daremo il nome di treno del tempo e vedremo di fare tre considerazioni molto semplici: se tu sei sopra il treno del tempo ti muovi con lui, anche se ti sembrerà di essere fermo, comodamente seduto in poltrona, con il mondo che si sposta tutt’intorno. Quando il treno attraverserà Milano, per te Venezia sarà il passato, Milano il presente e Torino il futuro.
Mentre il treno del tempo attraverserà Milano (il presente) tu avrai solo il ricordo di Venezia (il passato) e non potrai ancora immaginare come sarà Torino (il futuro). Questa è la prima considerazione."
L’aereo stava decollando: avevamo già perso minuti preziosi con queste divagazioni, che proprio non mi sembravano avere alcun senso.
"La seconda considerazione - Aafris intanto continuava a parlare - la facciamo immaginando che tu sia su un elicottero sospeso in volo. Dall’elicottero puoi vedere sia Venezia che Torino. Il treno ti appare non più fermo, ma in movimento da destra verso sinistra ad una velocità di 100 chilometri orari. Con uno sguardo puoi vedere sia Venezia, che Milano e Torino: quindi non c’è più passato, presente e futuro, ma è tutto un presente ed in questo presente c’è un treno che si muove, come abbiamo detto, da Est ad Ovest a 100 chilometri all’ora. Ed ora arriviamo alla terza considerazione: immagina di essere sulla luna e di puntare un potente cannocchiale sulla terra. Vedrai sempre e contemporaneamente Venezia, Milano e Torino, però il treno non va più avanti, ma indietro. Mi spiego: la terra, all’altezza del 45 parallelo, sul quale si trovano quasi allineate Venezia, Milano e Torino, gira ad una velocità di circa 900 chilometri all’ora e in senso contrario alla direzione del treno, da Ovest verso Est. Quindi il treno, pur andando da Est ad Ovest a 100 chilometri orari, andrà anche a 900 chilometri orari da Ovest verso Est: la somma delle due velocità fa sì che tu lo vedresti andare a 900 meno 100 = 800 chilometri all’ora da Ovest verso Est. Finisco quindi con il dire che lo stesso treno può essere fermo (per chi ci sta sopra), oppure in movimento verso sinistra (per chi è comunque all’interno dell’atmosfera terrestre), oppure in movimento verso destra (per chi è al di fuori dell’atmosfera terrestre)." Ora decisi di interromperla:
"E noi siamo sul treno del tempo, mentre tu sei fuori a guardare!"
"Non è esatto" mi disse scrollando la testa. Possibile che non avessi capito: eppure era così chiaro e semplice. Aafris sorrise: "Dicevo che non è esatto perché in questo momento anch’io sono sul vostro treno del tempo".
Insomma, ancora una volta aveva ragione lei... "D’accordo - stavo pensando a voce alta - ora è chiaro che noi siamo sul treno, però il treno, in tutti e tre gli esempi, continua ad andare da Venezia a Torino e questo fatto rimane uguale da qualunque punto di vista lo si guardi."
"Certamente - intervenne Aafris, ed io sapevo che mi stava dando ragione, ma fra un attimo mi avrebbe contraddetto - però se tu non sei sul treno puoi tornare a Venezia (nel passato), o in qualunque altra città già attraversata dal treno, e puoi anche andare a Torino (nel futuro) prima che ci arrivi il treno."
Capivo che stavamo andando troppo indietro: rimettevo in discussione la possibilità di viaggiare nel tempo e questo non serviva a molto. Dovevo capire come si potesse viaggiare nel tempo, non se si potesse fare. Aafris riprese a parlare.
"Voglio farti un altro esempio: tu distingui tra spazio e tempo, mentre dovresti pensare che le due cose sono esattamente uguali. Prendiamo uno spazio, Milano, ed un tempo, il giorno 27 dicembre 1990. La tua logica accetta che tu parta da Milano e ci ritorni dopo dieci anni, e, seppure trovando la Milano di dieci anni dopo differente da come l’avevi lasciata, affermerai di essere nuovamente a Milano. Bene, sostituiamo lo spazio con il tempo. La tua logica deve ora accettare che tu parta dal giorno 27 dicembre 1990 e dopo aver vagato in uno spazio (senza tempo???) tu ritorni dopo dieci anni sempre al 27 dicembre 1990. Tu sei tornato nello stesso Tempo, anche se lo potrai trovare cambiato: sarà sempre il 27 dicembre 1990 (come nell’esempio precedente era sempre Milano) però con delle diversità perché qualcosa comunque si è modificato. Insomma, così come tu puoi pensare di partire da un certo luogo per poi ritornarci, tu devi pensare di partire da un certo tempo per poi ritornarci."
"Ma allora - stavo ragionando prendendo per buoni i principi basilari che Aafris mi stava dando - quando il mondo ritornerà nel passato (prendiamo una data a caso: il primo gennaio del 1800) Sara in ogni caso un primo gennaio 1800 diverso da quello che già è stato: perché invece hai detto che si ripeterà tutto uguale?"
"La tua domanda è perfettamente giusta e logica - sapevo che mi stava dando il solito zuccherino prima di contraddirmi - ma noi abbiamo esaminato distintamente le due possibilità: il viaggio nello spazio e quello nel tempo. Se ci muoviamo solo nello spazio troveremo la stessa Milano ma in una data diversa (prima era il 27 dicembre 1990, dopo dieci anni sarà il 27 dicembre 2000), se ci muoviamo solo nel tempo troveremo la stessa data ma in un luogo diverso (prima era il 27 dicembre 1990 a Milano, dopo sarà il 27 dicembre 1990 a Torino oppure a Venezia). Quando noi ci muoviamo in entrambe le dimensioni (cioè torniamo nello stesso luogo Milano e nella stessa data, il 27 dicembre 1990) allora non c’è più diversità tra i due luoghi/momenti."
La risposta non faceva una grinza: andava bene anche per la mia logica ferrea. L’errore che sarebbe stato commesso spostandosi nel tempo era di riportare il mondo (tutto il mondo) ad una certa data. Per viaggiare nel tempo senza conseguenze drammatiche avrei dovuto spostarmi solo io, senza coinvolgere gli altri.
Si avvicinò la hostess e ci servì da bere. Avrei voluto una birra, ma poi pensai che anche quel poco alcool avrebbe potuto rallentare i miei processi logici, quindi optai per un’aranciata. Aafris si prese una Coca Cola e, guardandomi con aria furbesca, mi confidò: "Ecco qualcosa che noi non abbiamo: la Coca Cola."
"Se vuoi posso vedere di interessarmi per farti avere la licenza per il tuo Paese!"
Se avevo voglia di scherzare era perché ancora non mi rendevo conto di cosa stava succedendo.
CAPITOLO SESTO
Ricapitoliamo - pensai tra me e me, tanto sapevo che Aafris poteva leggermi nel pensiero, quindi non era nemmeno necessario che parlassi - sappiamo che si può viaggiare nel tempo, sappiamo che io sono predestinato a scoprire come si faccia, sappiamo che i miei precedenti tentativi sono stati dei fallimenti quindi bisogna evitare che io sbagli ancora".
"Esattamente" disse Aafris.
Lei, invece, aveva bisogno di parlare per comunicare con me, poiché io non sapevo leggere nel pensiero. "Però - ripresi a parlare - da ora in poi presente e futuro saranno modificati rispetto alle precedenti versioni, dato che questa volta è accaduto qualcosa di nuovo e di diverso; mi riferisco naturalmente alla tua visita ed a tutti i discorsi fatti finora. Quindi potrebbe anche verificarsi che io non scopra più il modo per viaggiare nel tempo, oppure che lo scopra e lo usi correttamente."
"E' quello che spero - intervenne Aafris - ed è proprio per questo che sono stata mandata."
"Allora tanto vale che tu mi dica anche come si fa a viaggiare nel tempo, visto che ormai hai inciso sul mio presente e sul mio futuro ed entrambi subiranno delle modifiche."
"Ti ho già spiegato che sono in missione - non dico che si stesse arrabbiando, però le sue parole ora avevano un tono più duro - e devo attenermi a degli ordini ben precisi, per cui non posso rispondere alla tua domanda."
Si accese la spia che indicava di allacciare le cinture, poiché ci stavamo avvicinando a Milano, dove avremmo dovuto atterrare tra poco più di dieci minuti. Dieci minuti: questo era tutto il tempo che mi restava, prima di ritrovarmi solo... solo contro tutti!
Come avrei fatto ad andare in giro a raccontare: "Sappiate che sta per succedere un cataclisma inimmaginabile... ed io ne sarò la causa.’ Le porte del manicomio si stavano aprendo per me. A meno che... Un forte sobbalzo mi fece comprendere che l’aereo era atterrato e le luci di Linate indicavano che il viaggio era terminato.
"Aafris, ma se avessi ancora bisogno di te, volessi chiamarti... non hai un numero di telefono da lasciarmi o un indirizzo dove scriverti?"
"Sei un ragazzo in gamba - mi rispose con il sorriso sulle labbra - ce la farai anche da solo!"
"Solo l’ultima domanda. Tu, vivendo fuori dal nostro tempo, devi certamente conoscere il futuro, quindi puoi dirmi almeno una cosa: ce la farò sì o no?"
"Ora non sto vivendo fuori dal vostro tempo, ma ci sono dentro anch’io... Per cui devo dirti sinceramente che non lo so: lo saprò quando sarò fuori dal vostro tempo, ma allora non potrò più comunicare con te. Però sono convinta che ce la farai. In bocca al lupo!"
Il mio spirito latino si fece largo ed azzardai: "Non potresti restare ancora un poco; magari andiamo a bere qualcosa in un bar prima di lasciarci".
"Non dimenticare - mi guardava con aria birichina - che io posso leggere nel pensiero, quindi posso capire anche i doppi sensi ed i pensieri più profondi che animano ogni tua richiesta".
"Spero che ti faccia piacere sapere che sarei ben felice di stare ancora un po’ con te... e che non la prendi come un’offesa; d’altronde sei veramente carina e quindi ti dovresti offendere se io invece restassi insensibile al tuo fascino!" dissi, sperando che sapesse capirmi. Mi guardò con benevolenza, ma, senza più commentare, mi porse la mano e, stringendo la mia, mi lasciò con un caloroso "Ciao".
"Addio Aafris... grazie per la fiducia; vedrai che ce la farò (se non finisco prima in manicomio)."
Scendemmo dall’aereo, ci salutammo ancora e, da quel momento, non ho saputo più nulla di lei.
CAPITOLO SETTIMO
Arrivai a casa che ormai erano quasi le undici di sera. Ripetei quei pochi gesti meccanici che facevo sempre rientrando a casa, la sera: accesi la televisione, mi tolsi le scarpe ed andai ad aprire il frigorifero alla ricerca di qualcosa di sfizioso da mettere sotto i denti. Poi presi l'elenco del telefono e cominciai a cercare.
Sapevo già cosa volevo trovare: il numero dì telefono del mio vecchio professore di fisica.
Anche se erano passati già oltre dieci anni da quando avevo lasciato il liceo, ero sicuro che si sarebbe ricordato di me ... se solo io fossi riuscito a ritrovare il suo numero di telefono. Rodolfo De Luca: era lui. Presi nota del numero di telefono, sapendo che non avrei osato chiamarlo a quell’ora.
Dovevo rimandare all’indomani. Mi sdraiai sul divano, lasciando che la televisione mi facesse compagnia, ma focalizzando tutta l’attenzione sul mio libricino e rileggendomi tutto quanto avevo scritto. Poi presi dalla mia cineteca il più classico dei "ritorno al futuro" (il primo) e per un’ora e mezza mi lasciai coinvolgere da quella che doveva essere solo fantasia... ma che ormai per me aveva tutto un altro sapore. Era quasi l’una di notte quando mi decisi ad andare a letto. Non puntai la sveglia, come ero solito fare, tanto il giorno dopo non sarei dovuto andare a lavorare, dato che era sabato. Volevo dormire il più possibile sperando nell’aiuto dell’antica saggezza dei proverbi: "La notte porta consiglio..." e ne avevo proprio bisogno.
Mi svegliai che erano già passate le nove. Niente di strano: non mi sveglio mai prima delle nove nei giorni festivi. Preparai il caffè, accesi la televisione e pensai che potevo chiamare il mio vecchio professore: ormai le 9.30 erano passate da un pezzo. Solo due squilli, ed una voce risuonò nella cornetta: "Casa De Luca, buongiorno" Dopo dieci anni non potevo pensare dì riconoscere la voce. "Sono Dettori - attesi un attimo, poi continuai - Marco Dettori, vorrei parlare con il professore".
"Sono io, Dettori, come va?" Mi aveva riconosciuto. Anche se erano passati oltre dieci anni, non si era dimenticato del suo allievo preferito: avevamo trascorso tante serate a discutere di fisica... Terminato il liceo ci eravamo persi di vista ed ognuno era andato per la sua strada. "Mi fa piacere sentire che si ricorda ancora di me, anche se sono passati più di dieci anni"
"Dieci anni? Mi sembra ieri... cosa sarà mai il tempo che passa!"
Giusto l’argomento di cui volevo parlare: il tempo che passa!
"Ho bisogno di vederla, professore. Quando posso venire a trovarla?"
"Quando vuoi, tanto ormai sono in pensione e quindi mi trovi sempre a casa"
"Allora vengo questo pomeriggio alle quattro: le va bene?"
"Ti aspetto: ne avrai di cose da raccontarmi"
"Grazie professore, la saluto".
Riagganciai pensando che avrei voluto saper viaggiare nel tempo solo per raggiungere immediatamente le quattro del pomeriggio.
Ma, per ora, ero schiavo delle ore che passavano e del loro lento scorrere. Andai a cercare nella libreria e presi due libri che già avevo letto, ma che ora volevo rileggere con più attenzione:
"Esperimento con il tempo" di J. SV. Donne e "Indietro nel tempo" di Jack Finney. Trattavano, naturalmente, proprio quell’argomento: la possibilità di viaggiare nel tempo. Il primo in maniera scientifica, il secondo in maniera fantascientifica. Ma chi può dire dove finisce la scienza e comincia la fantascienza?
Poco dopo mezzogiorno mi alzai dal divano, lasciai i libri e misi nel forno a microonde uno di quei piatti precotti che erano tutto il mio pranzo (essere scapoli ha vantaggi e svantaggi: i cibi precotti sono tra gli svantaggi). Mangiai velocemente, poi tornai ai libri.
Alle tre piantai lì tutto e mi preparai per andare dal professore.
Suonai al suo campanello che mancavano due minuti alle quattro: ero proprio in orario.
Verme lui ad aprirmi: era notevolmente invecchiato! Però aveva sempre lo stesso sguardo fiero, i capelli impomatati, la cravatta ben annodata, la camicia bianca, e faccia rasata di fresco.
"Buon giorno professore" gli tesi la mano entrando.
"Non sei cambiato, sei sempre il solito... anche se non puoi avere ancora vent’anni" disse tenendomi stretta la mano. Poi mi fece accomodare, e passammo i primi dieci minuti a divagare sui tempi andati, la scuola, la fisica, i compagni di classe (che fine avevano fatto tutti? Avevo perso ogni contatto).
"Allora dimmi cosa posso fare per te, sarò felice di sapere che posso ancora essere utile a qualcuno" fu lui a voler entrare in argomento.
"Bene professore, credo proprio che Einstein avesse ragione"
"E sei venuto per dirmi questo?" aveva tutta l’aria di quando mi interrogava ai tempi della scuola.
"Voglio dire che ho dei forti sospetti che la possibilità di viaggiare nel tempo non sia solo teoria" avevo parlato tutto d’un fiato ed ora ero in attesa della replica.
"Sai benissimo che ho sempre assiduamente sostenuto la validità di una tale teoria, quindi veniamo al sodo"
"Vorrei farle leggere questo librettino: la prego di leggere tutto prima di dare qualsiasi giudizio" gli passai il libricino e mi avventai sui pasticcini che aveva preparato per me (si ricordava perfino che ero un inguaribile goloso!).
Ci mise poco più di dieci minuti per terminare la lettura. Poi si rivolse a me dicendo: "E tutto vero: proprio come ho sempre pensato. Questo è un gran giorno. Finalmente sono sicuro che viaggiare nel tempo è veramente possibile"
"D’accordo professore - lo interruppi - ma avrei bisogno di sapere cosa devo fare perché adesso dovrei poter divulgare questa verità"
"Scrivici un libro ed io ti aiuterò a farlo pubblicare; ho ancora alcuni amici in attività nel settore della scuola e magari qualche bella conferenza riusciamo a metterla su"
"Un libro - lo guardavo con aria interrogativa - ma come faccio a scrivere un libro?"
"Non devi far altro che raccontare tutto, ma proprio tutto, da quando hai cominciato con questo libricino. Ti aiuterò a metterlo giù nel miglior italiano possibile, anche se sono stato professore di fisica e matematica, e non di lettere".
Avevo avuto ragione ad andare a trovare il mio professore: mi aveva dato proprio l’idea giusta; scrivere un libro... questo libro!
CAPITOLO OTTAVO
Mi ci vollero due mesi per digitare al computer il testo completo di questo libro proprio questo che ora è fra le tue mani, caro lettore, anche perché durante il giorno dovevo continuare a lavorare (otto ore dietro ad una scrivania non sono certo il massimo della vita) e solo la sera potevo dedicarmi alla scrittura.
Era molto più interessante passare le serate a scrivere, invece che rincretinirsi davanti alla televisione.
Il professor De Luca mi veniva a trovare quasi ogni sera: mangiavamo un boccone insieme (i miei famosi cibi precotti) e poi ci dedicavamo alla stesura del libro. Durante il giorno lui, che non aveva impegni, si stava dando da fare contattando vecchi colleghi per vedere di poter allestire una conferenza all’università. Cercava di stare sul vago, senza entrare troppo nel dettaglio delle rivelazioni che sarebbero state fatte durante la conferenza. Finché una sera arrivò dicendo: "Devi essere pronto con il dattiloscritto per fine mese." Il 3 del mese prossimo abbiamo appuntamento con un mio amico editore ed il 7 abbiamo un’ora disponibile all’università per tenere una conferenza sul tema: "Viaggiare nel tempo. Nuove prospettive". Eravamo solo al 10 di gennaio, ma sapevo che il 31 sarebbe arrivato presto: il tempo in fondo ha una sua velocità distinta secondo le necessità. Ora che ne avevo tanto bisogno sarebbe passato in un attimo.
Il testo del libro che sarebbe stato usato interamente per la conferenza era ormai completato, e ciò di cui necessitava era solo qualche ritocco, qualche aggiunta qua e là, qualche chiarimento nei punti ancora oscuri. Il professore mi sembrava anche ringiovanito: forse lui era già riuscito ad andare indietro nel tempo, tornando ad essere più giovane...
Arrivammo al fatidico giorno dell’incontro con l’editore, l’amico del professor De Luca, ma il testo completo di questo libro non era ancora pronto, però era pronta la relazione definitiva da presentare alla conferenza dell’Università... e questo già bastò: l’editore decise che il libro sarebbe stato messo in lavorazione per essere pubblicato entro la fine della primavera. Ho voluto completare questo libro con il resoconto della conferenza tenuta all’Università, registrando domande e risposte che hanno vivacizzato quell’ora di incontro con gli studenti: non dovete far altro che andare avanti e passare al prossimo, e conclusivo, capitolo.
CAPITULO NONO
RESOCONTO DELLA CONFERENZA TENUTASI ALL’UNIVERSITÀ IN DATA 7 FEBBRAIO, SUL TEMA: "VIAGGIARE NEL TEMPO: NUOVE PROSPETTIVE"
D: Signor Dettori, dalla sua relazione risulta che lei dovrebbe scoprire il modo per viaggiare nel tempo. Mi può dire cosa pensa di fare?
R: Mi sembra chiaro che io avrei dovuto scoprire, in modo del tutto casuale, come si faccia a viaggiare nel tempo. Con l’intervento di Aafris, la situazione è cambiata, se non altro per il fatto che adesso sono cosciente di ciò che mi accingo a scoprire. Intendo richiedere all’Università, in accordo con il professor De Luca, di costituire un comitato di studiosi che mi possa aiutare ad evitare di fare errori.
D: Quali prove abbiamo che il suo racconto non sia interamente dovuto alla fantasia?
R: Credo nessuna, se non il fatto che nella mia relazione ci siano delle spiegazioni altamente logiche. Naturalmente se vogliamo mettere in dubbio, possiamo mettere in dubbio tutto, ma allora sconfiniamo nella filosofia, mentre qui vorrei parlare soltanto di scienza, e non di fantascienza. Sono venuto a portarvi un messaggio, a comunicarvi cose che nessuno vi aveva ancora detto, a chiedervi un aiuto tecnico nella ricerca di una soluzione al problema che vi ho prospettato. Non vi chiedo di credere religiosamente alle mie rivelazioni: vorrei solo trovare qualcuno disposto a ricercare, insieme a noi, una via d’uscita, non solo nel mio, ma anche nel vostro interesse.
D: Nella sua relazione, c’è una descrizione molto vaga della extraterrestre Aafris: non ci può dire niente di più su di lei?
R: Ciò che posso dire è che ho notato, rileggendomi il testo, una contraddizione, che mi ha fatto meditare: prima Aafris dice di non essere un essere umano come noi e poi afferma che tra tutti gli esseri intelligenti sparsi per le galassie c’è una matrice comune. Questo vuole dire che noi siamo simili... ma non uguali. Una delle cose che ci differenzia è questa loro capacità di viaggiare non solo nello spazio ma anche nel tempo, mentre noi siamo capaci di muoverci solo nello spazio, almeno per ora! Voglio divagare un momento e fare un esempio che vi sembrerà stupido... ma è proprio l’unico che ora mi viene in mente. Immaginiamo di poter comunicare con una pianta, diciamo un abete al quale vogliamo spiegare cosa vuole dire viaggiare nello spazio: l’abete, come ogni pianta, avendo solide radici nel terreno, non può capire cosa voglia dire viaggiare nello spazio. Però il fatto che una pianta non possa muoversi nello spazio (salvo che noi la sradichiamo e la trapiantiamo in un vaso... con il quale poi possiamo tranquillamente trasportarla!), non significa in assoluto che non si possa viaggiare nello spazio: nessuno dubiterà che noi siamo capaci di muoverci nello spazio. Allo stesso modo il fatto che noi non possiamo muoverci nel tempo - se non grazie al treno del tempo sopra il quale ora ci troviamo - non significa in assoluto che non sia possibile muoversi nel tempo. Noi siamo quindi simili alle piante - sia noi che loro siamo esseri viventi - ma siamo anche profondamente diversi: così come siamo simili ad Aafris ... ma profondamente diversi. Spero di non avervi troppo annoiato con un paragone così banale, ma spero anche che questo vi faccia comprendere come la vita sia uguale in tutto l’universo, seppure troviamo chi non possa muoversi nello spazio (le piante), chi non sappia muoversi nel tempo (l’uomo) e chi invece sia in grado di gironzolare per tutte e due le dimensioni base: spazio e tempo.
D: Tornando al passato e modificando qualcosa abbiamo imparato dai film di fantascienza che si generano profonde variazioni nel presente: è questo che accade anche nella realtà? Cioè, è possibile modificare il presente, agendo sul passato?
R: Vorrei ribadire che sono qui per avere da voi chiarimenti e non per darli: riesco solo a riferire le cose che mi sono state dette, ma non sono in grado di rispondere a domande che esulino dal puro contesto della mia relazione. Però devo dire che questa domanda me la sono fatta anch’io, sebbene non risulti dalla relazione, ed ho avuto come delle illuminazioni da Aafris in proposito, anche se non sono stato in grado di descrivere in maniera chiara la risposta che mi è stata data. Vi prego pertanto di prendere le mie parole non come una risposta alla domanda. Ma come un tentativo di interpretare la risposta che, a suo tempo, ho avuto da Aafris. Noi siamo limitati a poche dimensioni (tre dimensioni spaziali, ovvero larghezza, lunghezza, altezza ed una dimensione temporale) mentre le dimensioni sarebbero moltissime, direi quasi infinite. Quindi, modificando il passato, non verrebbe modificato il presente, ma solo il presente entro il quale noi viviamo. Dobbiamo cioè pensare che esistono infiniti passati, infiniti presenti ed infiniti futuri... e se noi modifichiamo il passato non facciamo che spostarci da un presente ad un altro, senza che però il presente originario sparisca. Insomma se ci spostiamo da Milano a Roma, non è che Milano non esiste più: Milano continua ad esistere ma il nostro presente sarà Roma. Per noi però, nel momento in cui siamo a Roma, è come dire che Milano non esiste. Ritorniamo, in un certo senso, al sistema tolemaico, per cui siamo noi ad essere il centro dell’universo e tutto esiste in nostra esclusiva funzione... anche se l’universo che esiste per me sarà diverso dall’universo che esiste per ciascuno di voi. Credetemi, non è facile accettare queste considerazioni, però questo è ciò che risultava dalle spiegazioni di Aafris.
D: Prima ci ha parlato della necessità di costituire un comitato di studio: ci può dire comunque come intende procedere?
R: Credo che la fantascienza possa essere un aiuto in questi casi. D’altronde prima che Von Braun lanciasse l’uomo nello spazio, uno scrittore di fantascienza ne aveva raccontato la vicenda: Jules Verne naturalmente. Sui viaggi nel tempo sono stati scritti molti libri, ed ultimamente sono anche stati fatti molti film. Le teorie basilari sono principalmente due: una che immagina la costruzione di una macchina del tempo, ed una che immagina l’esistenza di porte attraverso le quali ci si possa spostare nel tempo. C’è anche la teoria psicologica (leggetevi "indietro nel tempo", di J. Finney) che pone l’accento sulle potenzialità del nostro cervello e della nostra volontà: il personaggio del libro viaggia nel tempo solo grazie alla sua forza di volontà. Non essendo certo in grado di inventare una macchina del tempo ma dovendo solo scoprire la maniera di viaggiare nel tempo, penso che mi dedicherò, soprattutto, alle due ultime possibili soluzioni: la ricerca della porta e l’autoanalisi psicologica. Comunque non mancherò di tenervi aggiornati sugli sviluppi, se e quando mi verrà data la possibilità di poter contare su un idoneo comitato di studio".
INTERMEZZO
Lo aveva fatto perché aveva bisogno di soldi!
Ci aveva lavorato per oltre quattro mesi: aveva coinvolto anche il suo vecchio professore di fisica ed ora il suo "racconto verità" stava diventando un libro, il suo secondo libro. Anche il titolo era proprio quello da lui voluto: "Al di là del tempo e dello spazio: tutta la verità".
Sapeva benissimo che proprio nel titolo c’era la più grande bugia della sua vita, ma, come ho già detto, Marco Dettori aveva bisogno di soldi.
Proprio con il raggiungimento del successo iniziava per lui un’altra storia; qualcosa che neanche poteva immaginarsi, qualcosa che lo avrebbe portato lontano, molto lontano... in un futuro che si differenziava enormemente da qualunque sua previsione.
Ma andiamo con ordine...
CAPITOLO PRIMO
Il Rettore era davvero contento che la conferenza, tenuta nella sua università, fosse stata un successo. Aveva dedicato tutta la vita allo studio, rimanendo sempre all’interno dell’ambiente scolastico, passando da studente a professore, prima di liceo, poi di Università, e diventando infine Rettore. Praticamente non era mai uscito dalla scuola e questo faceva sì che la scuola (ed in modo particolare l’ambiente universitario) avessero per lui la stessa importanza dell’aria che respirava o dell’acqua che beveva. Insomma, l’Università era tutta la sua vita. Però lui era sempre vissuto nell’ombra.
Finalmente un po’ di luce: l’importanza della sua Università veniva ora ufficialmente riconosciuta grazie alla Conferenza assolutamente speciale ed unica nel suo genere che vi si era proprio recentemente tenuta.
La sera stessa aveva chiamato il professor De Luca per congratularsi con lui. E' vero che il relatore era stato quel giovane... come si chiamava, Marco Belloli... Testori... Dettori, ah sì, Dettori! Però non c’era dubbio che il merito era del "suo" professor De Luca.
Ricordarono i tempi passati, si accordarono per trovarsi una sera a cena... e parlarono di quel comitato di studio che si sarebbe dovuto costituire. Il Rettore sarebbe stato ben felice che lo studio di tutta la materia fosse affidata ad un suo comitato, perciò decise di muoversi alla svelta.
Non erano ancora le nove della mattina dopo e già stava telefonando al suo amico sottosegretario al Ministero della pubblica Istruzione: se doveva costituire un comitato di studio, prima di tutto ci voleva un idoneo appoggio politico... e lui aveva le sue conoscenze, laddove servivano.
La costituzione del comitato fu decisa molto rapidamente ed il Rettore, che si auto nominò presidente, chiamò a farne parte, oltre al professor De Luca ed a Marco Dettori, altri tre illustri fisici, scelti, naturalmente, tra quelli che insegnavano nella sua Università.
Il professor Luigi Rossi era un profondo conoscitore della materia: trent’anni prima si era laureato con una tesi su Einstein, ed era aggiornatissimo su tutto quanto riguardasse la famosa teoria della relatività, la quale era continuamente convalidata dalle nuove scoperte scientifiche.
Recentemente se ne era discusso anche su "Panorama". Nell’ultimo numero si parlava proprio delle numerose conferme alle varie teorie elaborate da Einstein e che ora venivano ad essere certezze per tutti. L’articolista però scriveva: "E il tempo? Malgrado i vari 'Ritorno al futuro', non è possibile viaggiare avanti e indietro nei secoli".
Come si sbagliava!
Il dottor Francesco Sarlis era arrivato da Cagliari a Milano nel lontano 1965, ed aveva continuato ad esercitare la sua attività di ricercatore, all’interno dell’Università, ininterrottamente da allora.
L’unica cosa che non aveva ancora perso era il suo tipico accento sardo.
Il dottor Antonio Locatelli si era laureato in informatica, ed il suo tempo lo passava chino sul computer ad inventare nuove soluzioni... anche se ad un profano poteva sembrare che le sue invenzioni fossero prima di tutto problemi: si inventava i problemi e poi ricercava le soluzioni. Era comunque un esperto, ed un profondo conoscitore di tutto quanto riguardasse i computer dell’ultima generazione, naturalmente.
Il Comitato si riunì, la prima volta, il 12 marzo. Fu un incontro informale, una riunione indetta per conoscersi, ma l’argomento non tardò ad essere affrontato nel momento in cui Marco Dettori tirò fuori dalla sua borsa 5 copie della bozza finale del libro e le consegnò ai componenti il comitato. Ogni copia era personalizzata e riportava una dedica. Anche se tutti ne conoscevano interamente il contenuto, essendo già stato dibattuto nella conferenza del 7 febbraio, sapevano apprezzare questo regalo, che consideravano certamente una iniziativa simpatica. Il ghiaccio fu rotto.
Marco Dettori era tranquillo: aveva superato tanti esami nella sua vita che non poteva avere paura adesso. E poi sapeva che lui non doveva dimostrare niente; non doveva mettersi a competere su basi scientifiche con i partecipanti alla riunione; non doveva dare altre risposte che quelle già scritte nel libro... che non doveva nemmeno giustificare, in quanto non erano "farina del suo sacco", ma erano tutte affermazioni di Aafris.
Insomma, dopo questa prima riunione, lui non avrebbe più dovuto partecipare alle altre: stava a loro, ai dottori, ai professori, agli scienziati, trovare la soluzione. Lui poteva godersi la vita, restando ad aspettare una soluzione che nessuno avrebbe mai trovato.
C’era come una sottile soddisfazione in lui: l’allievo che stava superando i maestri, sostenendo una "verità" che invece era solo una grandissima bugia... ed ottenendo di essere creduto. Era un modo molto speciale di avere potere. Da tanto tempo aveva sognato questo momento, il successo e il potere. La riunione andò avanti per un paio d’ore, mantenendosi su un livello di correttezza e di rispetto.
I professori rispettavano Marco Dettori, quasi invidiandogli il suo ruolo di fortunato... e Marco Dettori rispettava i professori, rispondendo logicamente a tutte le domande che gli facevano.
D’altronde tutte le domande che gli venivano fatte collimavano con quelle che lui aveva previsto a suo tempo, prima ancora della stesura del libro ... e se una qualche nuova domanda gli fosse stata fatta avrebbe sempre potuto rispondere: "Non lo so!".
Non aveva mai dichiarato di sapere tutto... riportava solo quello che Aafris gli aveva detto... in fondo, era lì alla ricerca di una soluzione, non certo per darla. Anzi, ogni tanto era lui a fare delle domande a loro, cercando di mostrarsi curioso ed interessato all’argomento, quale invece non era: non vedeva l’ora che la riunione terminasse.
Quella sera avrebbe avuto qualcosa di meglio da fare: una morettina incandescente lo attendeva per un programma tutto sesso. E non voleva certo perdere tempo in chiacchiere.
La riunione fu aggiornata alla settimana successiva quando erano già passate le otto di sera. Marco Dettori salutò amichevolmente i partecipanti e si precipitò fuori. Appena in macchina, si attaccò al telefono e chiamò la morettina incandescente, sperando che non fosse troppo tardi.
Si ritrovò però a pensare ad Aafris: è vero che non esisteva, ma lui, grazie alla sua sfrenata fantasia, l’aveva immaginata così bene che quasi gli sembrava vera: non faceva fatica a rivederla, nei suoi pensieri, con la sua gonnellina rossa, i capelli biondi e gli occhiali da intellettuale. Se fosse stato capace di dipingere ne avrebbe fatto un bellissimo ritratto.
Però anche la morettina, che contrariamente ad Aafris era in carne ed ossa, non era niente male.
Passò a prenderla che ormai erano quasi le nove, ma tanto il programma per la serata non avrebbe avuto intoppi: cena, dancing e poi... beh, d’altronde il senso del successo è proprio questo: soldi e sesso!
La data della pubblicazione del libro, il 9 aprile si avvicinava a vista d’occhio. il suo editore era indaffaratissimo ad organizzare serate mondane da dedicare soprattutto alla presentazione del libro, ed il programma veniva ogni giorno rielaborato insieme con Marco.
Non c’era però un concreto interesse della stampa, ma Marco confidava che al momento giusto non sarebbe mancato, come non era venuto meno nei giorni successivi alla conferenza. Intanto avevano fissato, proprio per il 9 aprile (data di prima pubblicazione del libro), la partecipazione, a Roma, ad uno dei più importanti talk-show televisivi: un trampolino di lancio altamente qualificato.
Insomma, il successo non poteva mancare.
Era solo questione di avere ancora un po’ di pazienza, aspettare soltanto che il tempo, poco tempo, passasse.
CAPITOLO SECONDO
Il successo della conferenza rimbalzò sui mass media: ne riferirono i giornali, ne discussero alla radio, ne parlò anche la televisione... c’è sempre molto scetticismo intorno alle rivelazioni scientifiche, ma c’è anche molta aspettativa, una vera fame di novità. Sono tante le persone che sostengono di aver visto volare un UFO, ma pochi hanno saputo descriverne dettagliatamente le caratteristiche. C’è una paura inconscia, in ognuno di noi, che rivelare cose strane sia sintomo di pazzia, di allucinazione.
Marco Dettori aveva avuto invece coraggio e si era presentato al pubblico senza timori. Portava delle solide argomentazioni perfettamente logiche, e quindi il mondo scientifico non poteva che rispondere positivamente, riconoscendo la profonda "verità" delle sue rivelazioni.
Entro breve tempo la notizia era rimbalzata anche al di là dall’oceano e ne era arrivato sentore fino all’orecchio di John Dewey, consigliere del Presidente. La cosa sembrava essere molto seria, e non doveva essere presa sottogamba.
Prima ancora di essersi reso perfettamente conto di cosa si trattasse, John Dewey sapeva già quale avrebbe potuto essere la soluzione: per evitare che Marco Dettori arrivasse a scoprire il modo di viaggiare nel tempo, cancellando il presente, bastava provvedere ad eliminarlo.
John Dewey aveva ormai passato la sessantina, ma sfoggiava ancora un portamento atletico: si era mantenuto in allenamento non solo con il golf, ma anche con quella feroce attività fisica che è l’andare a cavallo. Sapeva cavalcare benissimo ed amava ritirarsi, di tanto in tanto, nel suo ranch nel profondo West dove respirava l’aria dei pionieri e dove sapeva ritrovare i valori della campagna, lontano dallo smog e dal caos della città.
Gli piaceva dare grandi feste, invitare amici fidati e lasciarsi andare: l’ultima volta era stato un successo. Data l’importanza della sua persona, tutti ci tenevano ad essere invitati e facevano a gara per esprimergli il loro affetto e la loro amicizia. Gli uomini erano indaffarati a proporgli affari, ed a lui non mancava certo la capacità di saper cogliere le migliori occasioni... capacità che aveva anche nel decidere quale, tra le donne presenti, avrebbe terminato la serata nel suo letto.
Nonostante la sua età, aveva ancora un deciso vigore fisico che gli permetteva di cogliere quel piacere che solo una donna può dare. Una donna certamente diversa da sua moglie... se non altro per la differente età (sapeva scegliersi amanti giovanissime). La moglie era abituata alle sue sbandate, sapendo che si trattava sempre di rapporti assolutamente occasionali.
John Dewey non poteva mettere in crisi la carriera politica per una sbandata, quindi la moglie dormiva sonni tranquilli, magari aiutata dall’alcool, ormai diventato il vero compagno dei suoi week-end.
Essere consigliere del Presidente voleva anche dire tenersi aggiornato su tutto ciò che accadeva in giro per il mondo. Buona parte del suo tempo, John Dewey lo passava quindi leggendo giornali e riviste: politica, affari e finanza. Nella calma del suo ranch aveva anche il tempo per leggere quelle pubblicazioni scientifiche che tanto lo appassionavano: proprio su una di queste aveva trovato un accenno ad una conferenza, tenutasi in Italia quasi due mesi prima, durante la quale si era discusso sulla possibilità di viaggiare nel tempo. La serietà della rivista escludeva che potesse trattarsi di fantascienza, anzi affrontava l’argomento con profonda convinzione che nuove frontiere potessero aprirsi... ma le prospettive non erano rosee.
John Dewey era abituato a prendere decisioni tempestive, anche se poi il tutto doveva essere ratificato dal Presidente: comunque il Presidente si fidava ciecamente di lui e quindi doveva solo parlargliene e sapeva che doveva farlo prima che fosse troppo tardi.
Chiamò la segretaria e le diede un incarico veramente speciale: doveva avere, entro il pomeriggio di quello stesso giorno, copia della relazione di Marco Dettoti. Ci sarebbero voluti due o tre giorni perché fosse interamente tradotta, ma John Dewey aveva bisogno di leggerla prima di venerdì sera: quel giorno, infatti, si sarebbe trovato a cena con il Presidente, e voleva saperne di più prima di affrontare l’argomento.
Il libro di Marco Dettori stava ormai per uscire. La pubblicazione era stata definitivamente decisa subito dopo la famosa conferenza del 7 febbraio. Durante una cena a tre - Marco, il professor De Luca e l’editore - ne era stata pianificata l’uscita.
Il professor De Luca avrebbe scritto l’introduzione al libro e ne avrebbe poi curato la divulgazione nell’ambiente scientifico.
Marco Dettori si stava convincendo che la realizzazione del suo sogno era in dirittura di arrivo ed il successo era a portata di mano.
La data di uscita del libro era stata fissata per il 9 aprile, e proprio quello stesso giorno lui avrebbe dovuto trovarsi a Roma, per partecipare ad un talk-show televisivo, durante il quale avrebbe avuto la possibilità di parlare, al grande pubblico, del suo libro.
Il pomeriggio de11’8 aprile Marco stava partendo per Roma senza immaginare che, proprio in quello stesso momento, John Dewey illustrava al Presidente la situazione.
"Mister President - iniziò John Dewey - hai sentito di quella conferenza scientifica tenutasi due mesi fa in Italia?"
"Sai che mi interesso di politica e non di scienza" rispose acido il Presidente.
"Credo proprio che questa volta c’entri anche la politica" aggiunse John Dewey, sottovoce.
Il Presidente si fece scuro in viso. Centellinò il vino nel bicchiere, prima di assaporarlo, quindi si voltò verso John Dewey, pensieroso. Il suo consigliere capì che poteva andare avanti, ed allora iniziò: "Mi sono fatto tradurre il testo di quella relazione; si parla della possibilità di viaggiare in un modo nuovo e diverso: viaggiare nel tempo!"
Restò in attesa della prima reazione del Presidente. Come ogni buon americano, anche il Presidente aveva ben sviluppato il senso dell’umorismo... però non fece alcun commento ironico, perché capiva che, questa volta, John Dewey stava parlando molto seriamente.
Era incuriosito. Disse solo: "E allora?"
John Dewey sapeva che in poche battute doveva sintetizzare un problema di portata mondiale, ma c’era abituato.
"Sembra che ci sia stato un incontro con un E.T. - intanto fissava negli occhi il Presidente per catturarne l’attenzione - ed uno studioso italiano sia stato prescelto per un viaggio nel tempo."
Si fermò un attimo. Voleva lasciare il tempo al Presidente di capire esattamente di cosa si trattasse.
Poi continuò "Ma pare che ci siano già stati vari tentativi... tutti finiti molto male; nel senso che siamo tornati indietro nel tempo e stiamo, per l’ennesima volta, rivivendo situazioni analoghe."
Era stato proprio stringato al massimo, ed esauriente nello stesso tempo. Adesso il Presidente riprese il suo umorismo: "Quindi questa non è la prima volta che faccio il presidente, ma la decima, o la cinquantesima, o magari la centesima!"
John Dewey si mantenne serio, anche se il suo sguardo era diventato ammiccante: "Si tratta di capire se vuoi andare avanti... o se invece preferisci tornare indietro!"
Il Presidente accusò il colpo. "Fammi avere un rapporto completo per lunedì" disse.
John Dewey si mostrò all’altezza della sua fama: "Il rapporto è in questa cartella: se vuoi te lo posso dare anche adesso."
Il Presidente annuì muovendo semplicemente la testa e ritirò il rapporto dalle mani di John Dewey. Si mise a leggere mentre aspettava che gli servissero la bistecca gigante che aveva appena ordinata. Quando era giovane aveva fatto un corso di lettura veloce, così gli bastarono pochi minuti per terminare quelle tre pagine di rapporto. Poi restò silenzioso solo per alcuni secondi... perché era abituato a prendere decisioni in poco tempo.
"Devi saperne di più - disse, rivolgendosi a John Dewey - incarica la nostra ambasciata di accertare innanzitutto la fondatezza delle affermazioni fatte durante la conferenza... e, se è tutto vero, cerca di sapere quanto tempo abbiamo."
Si riferiva, naturalmente, a quanto tempo poteva mancare alla data della scoperta... e del successivo ritorno al passato. Anche se la cosa gli appariva molto distante dalla logicità di pensiero a cui era abituato, era solito non lasciare nulla di intentato per accertare la verità, qualunque verità. Però sapeva anche saltare da un pensiero all’altro senza lasciarsi troppo condizionare dai problemi.
Il discorso passò quindi dalla fantapolitica (almeno così lui la voleva ritenere: fantascienza applicata alla politica), alla discussione sul bilancio che doveva essere approvato al più presto. Ormai la discussione era stata rimandata per troppe volte, e non si poteva continuare così.
Il suo mandato sarebbe scaduto alla fine dell’anno, quindi doveva fare tutto il possibile per risolvere un problema così urgente ed importante come quello del bilancio. John Dewey promise di dargli una mano, esaminando l’aggiornamento dei rendiconti entro la settimana successiva.
Il Presidente era particolarmente preoccupato e per questo insistette molto, con il suo consigliere, sull’importanza del bilancio.
Quello sì che era un problema per il quale non c’era proprio più tempo.
CAPITOLO TERZO
Quando, qualche mese prima, si era parlato di una grossa scoperta scientifica - la fusione a freddo - il mondo della carta stampata era stato in fermento: conferenze, interviste, servizi speciali, incontri, meetings... e poi tutto era finito nel dimenticatoio.
Questa volta, quindi, ci andarono un po’ più piano, prima di coinvolgere tutta l’opinione pubblica in una rivelazione che era ancora meno assistita da prove concrete. Però furono costretti a parlarne tutti i giornali (la notizia andava data, comunque) ed in fondo era questo che Marco Dettori voleva.
Si trattava di pubblicità - totalmente gratuita - anche per il suo libro, che stava per uscire. La curiosità della gente avrebbe fatto il resto: il libro sarebbe andato a ruba... e per lui sarebbe stato quel successo sognato ed agognato da tempo.
Iniziò a partecipare come ospite d’onore ad importanti spettacoli teatrali, poi radiofonici ed infine apparve anche su qualche televisione locale.
Raccontava la sua storia... incuriosiva i partecipanti ed annunciava la prossima uscita del libro, così chi voleva saperne di più sarebbe corso a comprarlo. Un’aureola di fascino lo circondava: in fondo era il primo uomo che avesse veramente incontrato un extraterrestre, che ci avesse parlato, che avesse discusso con lui (cioè, con lei...).
Ormai erano lontane le serate monotone chiuso nel suo monolocale: ogni sera un invito mondano, conoscenze nuove si aggiungevano alle vecchie, donne sempre più belle restavano ammaliate dai suoi racconti, pronte a concedersi all’idolo del momento: lui, Marco Dettori autore del libro che presto sarebbe stato in testa alle classifiche di vendita.
Fu il redattore capo della sezione scientifica a richiedere al direttore del giornale il parere per un’intervista a Marco Dettori.
Al giornale tutti dovevano ossequiare il direttore... e dovevano avere il suo parere su tutto. Il giornale si impersonificava nel suo direttore, e questi voleva mantenere il controllo totale: era un accentratore esagerato, tutto doveva passare per le sue mani.
Pero sapeva anche che dei suoi redattori poteva fidarsi; in fondo, era stato lui a sceglierli... per cui la risposta affermativa arrivò velocemente. Il redattore capo della sezione scientifica, ottenne così l’autorizzazione per organizzare l’intervista. Fu lui che decise di dare l’incarico a quel giovane tanto in gamba: Gianni Scorza.
Ecco perché, quando Marco Dettori sentì squillare il telefono e rispose, dall’altra parte una voce quasi afona gli disse; "Sono Gianni Scorza, inviato speciale per la pagina scientifica della rivista ‘Attualità’ e vorrei un appuntamento per un’intervista" Senza pensarci due volte - la pubblicità era sempre benvenuta - Marco rispose: "Sono lusingato dell’interesse della vostra rivista e per me andrebbe bene giovedì alle nove, nell’ufficio del mio editore." Sapeva che così avrebbe fatto bella figura doppiamente: primo perché riceveva l’inviato di quel giornale in un ufficio megagalattico e poi perché avrebbe fatto presenziare il suo editore, il quale sarebbe stato in grado di valorizzare al meglio l’intervista.
"Grazie - fu la laconica risposta di Gianni Scorza - ci sarò".
Loris Pietrobono era rimasto incantato leggendo le vicende del suo vecchio compagno di banco. Avevano trascorso insieme i cinque anni del liceo, poi si erano persi di vista. Pero Marco non poteva averlo dimenticato: aveva proprio voglia di chiamarlo per complimentarsi con lui. Fa sempre piacere scoprire di avere un amico famoso!
Il successo è anche questo: ritrovare vecchi amici con i quali rievocare i bei tempi andati. Loris era rimasto in contatto solo con una tra tutti i compagni di scuola, Angela Rizzitelli, con la quale si vedeva saltuariamente, non più di un paio di volte l’anno... giusto per scambiarsi gli auguri di Natale e raccontarsi delle vacanze estive. La chiamò al telefono: "Angela, sono Loris, come va?"
"Ehi - rispose Angela con voce squillante - non siamo né a Natale né ad agosto... non mi aspettavo certo di sentirti, però lo so perché mi chiami!"
Loris rimase in attesa... sapeva che l’intuito femminile era qualcosa di imprevedibile.
"Marco Dettoti - continuò Angela - il nostro caro compagno è diventato un divo!"
"Allora lo sai già - la interruppe Loris - cosa ne dici di chiamarlo?"
"Pensi che si ricorderà di noi?" si interrogò Angela, e intanto riandava con il pensiero a quegli anni di scuola.
Marco Dettori era un tipino insignificante, non aveva nemmeno tentato di farle un po’ di corte, né aveva mai eccelso nello studio.
Chissà come era cambiato.
Loris la distolse dai suoi pensieri chiedendole: "Allora lo chiami tu?"
"Bisognerebbe vedere di rintracciare un po’ di gente... di quelli del nostro corso, per organizzare una rimpatriata" pensò Angela a voce alta. Loris intervenne subito: "A questo ci penso io, tu prova a chiamarlo."
"Va bene, adesso vedo di trovare il numero, poi ti richiamo" e riattaccò. Angela si sentiva emozionata: c’è in tutti noi un desiderio inconscio di ritornare al passato, rivivere i tempi della scuola, scrollarsi da dosso i problemi del presente. Un incontro con i vecchi compagni di liceo sarebbe stato un ottimo modo di ottenere la realizzazione di quel desiderio.
A lei capitava sovente di sognarsi quei tempi: si rivedeva seduta al suo banco, piena di speranze per il futuro... quel futuro che invece era stata una grossa delusione.
La realtà era una grossa delusione: un lavoro la cui caratteristica era una ossessionante monotonia, un marito il cui unico interesse era il calcio - da vedere seduto sul divano, non da praticare all’aria aperta - ed una casa da pulire, piatti da lavare, camicie da stirare.
Ah, se avesse potuto tornare indietro, indietro nel tempo!
CAPITOLO QUARTO
Roma è splendida nel periodo primaverile. Marco Dettori c’era stato subito dopo la scuola, per assolvere il servizio militare.
Quante cose erano cambiate a Roma. Ora ci si trovava per motivi di lavoro: la sua prima e vera presentazione ufficiale del libro. Lo avevano invitato - grazie all’interessamento del suo editore - ad uno dei più importanti talk-show televisivi, così di moda in questi ultimi tempi.
La televisione (non più una qualche televisione locale, ma uno dei principali canali "nazionali") era un potentissimo mezzo di comunicazione. E lui aveva qualcosa di certamente importante da comunicare. D’altronde, se voleva veramente che il suo libro sfondasse, raggiungendo il grande pubblico, doveva passare attraverso i canali giusti, e la televisione era uno di questi.
Approfittò dell’occasione per una visita ai monumenti storici di Roma. Anche se li conosceva così bene (quante volte li aveva visitati durante il periodo del servizio militare... anche se lo scopo recondito non era quello di acculturarsi, ma di andare a straniere, come veniva definita in gergo la caccia alle ragazze) era sempre contento di rivisitarli. C’era una sensazione di eternità, di spazio senza tempo... si capiva che in quei luoghi era stata scritta la storia, quella storia del passato che ancora condizionava il presente, ed avrebbe continuato a far sentire il suo influsso nel futuro.
Martin Olson, ambasciatore a Roma, non fu sorpreso della telefonata di John Dewey, sebbene gli giungesse alle nove della mattina, quando, di là dal filo, era ancora notte fonda. Dopotutto, sapeva che gli uomini del Presidente erano sempre attivi.
Invece John Dewey, dopo aver cenato con il Presidente, non era andato a dormire, ma aveva raggiunto quel localino fuori mano, lontano dal centro, dove ogni tanto si recava per rilassarsi, almeno così pensava lui, concedendosi quei piaceri proibiti che solo i soldi potevano comprare. Per questo era rientrato a casa solo alle tre.
Però aveva pensato bene di utilizzare anche un orario così assurdo per fare bella figura... e dare prova di continua ed ininterrotta efficienza. Non essendo solito lasciarsi prendere dall’alcool, sapeva di essere perfettamente lucido e quindi di poter tranquillamente colloquiare con l’ambasciatore. Così aveva chiamato Martin Olson, ambasciatore a Roma.
Utilizzando una linea altamente sicura, pur restando sul vago, gli aveva dato istruzioni chiare e precise su cosa si aspettava. Un rapporto completo e dettagliato su Marco Dettoti; la sua attività presente e passata; le sue amicizie, le sue idee politiche, le sue convinzioni religiose; insomma tutta la sua vita. Tutto poi doveva essere ‘top urgent’. Entro un massimo di tre giorni voleva avere quel rapporto sulla scrivania.
Martin Olson riuscì soltanto adire un laconico: "Ok, John, sarà fatto" e la comunicazione fu interrotta. "Che strano - pensava tra sé l’ambasciatore - proprio ieri sera quel Marco Dettori era in televisione... a parlare di viaggi nel tempo". Forse qualcuno l’aveva preso un po’ troppo sul serio.
John Dewey si infilò nel letto che erano quasi le quattro, ma per le otto era nuovamente in piedi. Dopo aver consumato una pur ricca colazione - in fondo gli piaceva la vita comoda e tutta la sua politica non significava altro che il mantenere, se non migliorare, il suo tenore di vita, - John Dewey telefonò a Robin Allison, vicecapo dei servizi segreti e suo amico da sempre.
"Ciao Robin, ho bisogno di vederti". Poi, prima che Robin Allison accennasse ad una risposta, continuò deciso: "Cosa ne dici di pranzare insieme in quel localino simpatico, vicino al supermarket?"
Era stato molto vago, ma sapeva che Robin avrebbe capito dove intendeva... e d’altronde era sua abitudine stare sul vago, per sviare eventuali intercettatori telefonici. Robin Allison comprese perfettamente: era quel ristorante giapponese dove era stato proprio con John venti giorni prima.
"Sempre a tua disposizione John - rispose, riconoscendo che l’amicizia era anche un poco condizionata dalle diverse posizioni che i due occupavano, visto che John avrebbe comunque potuto far valere la sua autorità, se avesse voluto - facciamo all’una dopo mezzogiorno?"
John, proprio in virtù dell’amicizia che lo legava a Robin, non volle far pesare la sua autorità a lasciò che almeno l’orario venisse deciso dal suo amico... anche se avrebbe preferito vederlo prima.
"Certo Robin - enfatizzò - come vuoi tu. Ci vediamo all’una!"
"Grazie - concluse Robin prima di riattaccare - e salutami il Presidente."
Robin Allison era abituato a ricevere richieste strane dai più svariati personaggi del mondo della politica. Però sapeva anche che John Dewey ero uno di quelli seri, nel senso che se aveva bisogno di qualcosa non poteva che essere veramente importante.
Non poteva certo immaginare di cosa si trattasse, né si diede da fare per pensarci.
D’altronde, entro pochissimo tempo - era già mattina inoltrata, quindi l’ora di pranzo sarebbe giunta presto - avrebbe saputo esattamente tutto.
John Dewey aveva già letto tre volte la relazione tradotta di Marco Dettori e ne era sempre più preoccupato.
"Possibile che nessuno si renda conto di quale pericolo è quest’uomo: se è vero ciò che ha scritto, stiamo rischiando tutti di sparire improvvisamente... e se non è vero, ci sta prendendo tutti per il culo!"
CAPITOLO QUINTO
Il dottor Locatelli rientrò a casa, quella sera, dopo la terza riunione del Comitato. La sua laurea in informatica significava principalmente che il suo pensiero era altamente logico, e la logica combaciava perfettamente con le sue convinzioni: insomma lui non aveva dubbi che si potesse intraprendere un viaggio attraverso il tempo. Fu il sesto senso di sua moglie, Franca, ad instillargli il virus del dubbio.
"Secondo me - disse mentre gli serviva la cena - vi sta prendendo tutti in giro." Avrebbe potuto dire "ci sta prendendo tutti in giro", ma, evidentemente, lei non ci era cascata. Non esisteva nessuna motivazione logica, e proprio questo è il sesto senso di cui le donne sono certamente più dotate che non gli uomini: la capacità di vedere le cose sotto una luce diversa, quand’anche tutto dimostri il contrario.
Antonio Locatelli era troppo stanco per rispondere, e d’altronde non poteva certo mettersi a discutere di fisica, di informatica o di relatività con sua moglie. Ma non perché la considerasse inferiore: semplicemente perché riteneva che lei non sapesse, come non sapeva, tutto quello che invece sapeva lui.
Franca Rinaldi, così si chiamava la moglie del dottor Locatelli, lavorava in un’agenzia di pubblicità ed era quindi abituata a vivere in un ambiente altamente creativo, dove ogni giorno si inventava qualcosa, facendo vagare la fantasia in campi totalmente al di fuori della logica in cui era invece confinato suo marito. E' sempre stata la creatività a mandare avanti il mondo: Cristoforo Colombo era un creativo, perché sentiva che la terra era rotonda, anche quando la logica biblica ne dichiarava la piattezza.
Così, lei sentiva che Marco Dettori era un ‘casciaball’ (come si diceva nel suo dialetto), anche se non sapeva spiegarsi perché.
Però tutto questo rumore intorno alle affermazioni di Marco Dettori quasi la infastidiva: se fosse stato vero... avrebbe anche potuto voler dire sparire tutti dalla faccia della terra, magari in brevissimo tempo. Questo la sua creatività non lo accettava proprio: eppure anche l’idea della morte era vissuta in opposizione alla sua creatività...
Ma non poteva certo affermare che la morte non è vera. O forse sì? Essere creativi vuole anche dire essere pieni di dubbi, mentre solo i "logici" hanno profonde certezze.
Infatti suo marito, essere logico, aveva la certezza che Marco Dettori dicesse la verità!
Quel pomeriggio poi si era sentita con un suo vecchio amico, che le aveva comunicato di essere stato incaricato di intervistare Marco Dettoti: sì, proprio lui, Gianni Scorza. Le aveva promesso che l’avrebbe chiamata subito dopo l’intervista, per raccontarle le novità, e lei sperava quasi che le potesse dire "E tutto un bluff"...
Così avrebbe avuto la sua rivincita con Antonio, al quale avrebbe potuto cantilenare, gongolante: "Hai visto? Te l’avevo detto, io!"
In fondo c’era sempre una lotta simpaticamente amichevole ed amorevole, ma pur sempre una lotta tra lei ed il marito, tra la creatività di lei e la logica ferrea di lui. Troppe volte si era trovata a soccombere, anche perché è difficile sostenere logicamente la superiorità della creatività sulla logica: già il fatto che bisogna discutere logicamente gioca proprio a favore della logica.
Gianni Scorza era indaffarato a dettare il testo della sua ultima intervista, e intanto sfogliava l’agenda. Dettava - non aveva mai il tempo di scrivere le interviste - doveva solo attaccarsi al telefono e dettare al dattilografo di turno e intanto riusciva anche a pensare: sfogliando l’agenda notò che l’indomani mattina avrebbe dovuto vedere Marco Dettori.
"Chi era Marco Dettori? Ah, sì - qualcosa si ricordava, ma aveva il cervello in confusione - sempre gli incarichi più stupidi mi toccano... Però potrò far contenta Franca, che sembra tanto interessata a quel tipo!"
Aveva sempre avuto un debole per Franca, ma lei sembrava troppo attaccata al marito perché potesse scapparci qualcosa di piccante, però lui non disperava.
Angela Rizzitelli non dovette faticare per trovare il numero di telefono di Marco Dettori. E lui non faticò a riconoscerla sentendone la voce al telefono. "Posso sempre darti del tu - iniziò spiritosamente Angela - oppure, ora che sei un divo, devo passare al Lei o magari al Voi?"
"Macché divo - rispose Marco, mantenendosi sullo spiritoso anche lui - sono così schiavo di riunioni, conferenze, comitati, cene di lavoro, convegni... che non ho più un attimo per me stesso.
Perché non ti lasci invitare a cena una di queste sere, così posso dimenticarmi del lavoro e rinverdire un po’ i vecchi tempi; magari chiamiamo anche qualche altro... sono rimasto in contatto con Castelli, Gigi Castelli, te lo ricordi?"
"Certo, io invece mi vedo ogni tanto con Pietrobono, Loris Pietrobono"
Un turbinio di pensieri riempiva il cervello di Marco. Gli passavano davanti agli occhi immagini confuse e sconnesse dei tempi di scuola: le speranze idealistiche, la voglia di cambiare il mondo - in meglio, naturalmente - e la constatazione che ora tutto si faceva seguendo un solo ideale: i soldi!
Anche lui aveva messo da parte tutti i sogni, gli idealismi, i suoi buoni propositi, per lasciarsi contagiare dalla voglia di successo, di ricchezza, di avere tutto e subito... aspetti così tipici delle nuove generazioni (ma a cosa era servito, allora, fare la contestazione, nel ‘68?), che però non riuscivano a dare la felicità... anzi gli lasciavano l’amaro in bocca: in fondo lui stava gustando un successo dovuto al suo essere un grandissimo bugiardo!
"Dai, organizza per dopodomani sera - disse istintivamente, sentendo il desiderio sottile di rivivere una serata immerso nell’idealismo del passato - noi quattro, ed anche tutti gli altri che riuscirete a trovare: per le otto mi troverò dovunque vorrete"
"Allora Castelli lo chiami tu - Angela stava già mettendo in pratica il programma - io chiamo Pietrobono e poi ci risentiamo così ti faccio sapere il nome del ristorante dove prenotiamo."
"Puoi giurarci che ci sarò. Ciao" E riattaccò.
Pensare che nella sua classe, la gloriosa quinta "D", erano in ventuno... ed ora a malapena sarebbero riusciti a trovarsi in quattro o cinque. Forse era proprio inutile cercare di ricreare il passato: ormai non si poteva più tornare indietro.
Loris Pietrobono aveva appena messo giù il telefono con Angela (gli aveva detto che due sere dopo sarebbero stati a cena con Marco) e subito pensò a chi altri poteva trovare dei loro compagni di liceo. Non è facile, dopo così tanti anni, ritrovare i vecchi compagni di scuola: di molti si era completamente dimenticato perfino il nome; qualcuno si era certamente trasferito; le donne si erano probabilmente sposate e quindi anche i loro telefoni sarebbero stati intestati ai rispettivi mariti... ci sarebbe voluto più tempo, molto più tempo... e invece il tempo stava volando via.
Per cinque anni erano stati compagni di banco, lui e Marco.
Spesso e volentieri si erano trovati insieme anche fuori della scuola, per studiare insieme, ma anche per andare a divertirsi insieme.
Insieme: come è possibile che improvvisamente tutto cambi ed ognuno vada per la sua strada. Amicizie nate sui banchi di scuola che sembrano eterne... e poi in un attimo svaniscono.
Ricordi che sembravano cancellati dalla memoria... ecco che ora riaffioravano: immagini di ingenue ragazzine, primi amori e prime paure; visi austeri di vecchi professori, che avevano saputo incutere rispetto e devozione; poesie imparate a memoria, delle quali stranamente ora riusciva a ricordare le parole... ‘Viveva con sua madre in Cornovaglia, un dì trasecolò nella boscaglia. Nella boscaglia un dì, tra cerro e cerro vide passare un uomo tutto ferro.’
Quanto tempo era passato!
CAPITOLO SESTO
Il 9 aprile, come programmato, il libro era uscito. Ne avevano fatto una prima tiratura di quindicimila copie, ma l’editore non disperava di dover provvedere urgentemente ad una subitanea ristampa. Le premesse per il successo c’erano tutte.
Il talk-show televisivo aveva destato interesse e curiosità. La stampa, riprendendo e commentando proprio il talk-show, si era risvegliata e qualche articolo, qua e là, parlava del libro.
L’ambiente universitario era in fermento: Marco Dettori riceveva continui inviti per partecipare a riunioni conviviali, per tenere lezioni (sempre aiutato dal professor De Luca), per presenziare a conferenze scientifiche... lui avrebbe voluto non mancare mai: sapeva che ogni sua adesione significava incremento nella vendita del libro, maggior interesse intorno a lui, assaporare sempre più il successo. Era in continuo contatto con il suo editore (impegnato in una frenetica attività organizzativa per divulgare il libro) e con il professor De Luca (indaffarato ad organizzare conferenze e simposi nell’ambiente scientifico).
Quasi nascosti, in un tavolo infilato in un angolino di quel ristorante giapponese, John Dewey e Robin Allison stavano visionando il menù per decidere che cosa ordinare. Il cameriere giapponese ‘doc’ stava aspettando: non aveva fretta; la frenesia della città era rimasta fuori dalla porta del ristorante. Internamente c’era un’oasi di pace.
Entrambi ordinarono quei fantastici involtini di riso che sono l’orgoglio della cucina giapponese: riso e pesce crudo, riso dentro e pesce fuori, riso fuori e pesce dentro... insomma vari assaggini di tutte le specialità della casa. Il cameriere riempì due bicchierini di sakè. Poi se ne andò. Allora John Dewey entrò subito in argomento: "Hai sentito parlare di una certa rivelazione scientifica sulla possibilità di viaggiare nel tempo?"
Robin Allison restò pensieroso un attimo. Essere vice capo della più importante struttura dei servizi segreti, voleva anche dire essere costantemente aggiornati su tutto... e naturalmente non era facile. "Ho letto qualcosa - rispose restando sul vago - ma non è che ci abbia capito molto"
"Io invece ho letto più di qualcosa e credo di averci capito bene" disse deciso John, quasi mostrandosi orgoglioso delle sue capacità di cogliere quel qualcosa in più che agli altri sfuggiva.
Quindi continuò: "Quel tizio che dice di essersi incontrato con un alieno, afferma che sta per scoprire il modo di viaggiare nel tempo, e le sue stesse previsioni sono catastrofiche. Non so se sia un esaltato oppure racconti cose vere, però in entrambi in casi sarebbe meglio prendere provvedimenti."
Non lasciava neanche il tempo di capire al suo interlocutore; ormai era lanciato, dunque continuava: "Ho già incaricato il nostro ambasciatore di avere maggiori informazioni, però credo che non ci sia tempo da perdere e sia necessario concertare un’azione immediata e decisa."
"Vuoi dire - Robin Allison cominciava a capire - che devo predisporre un piano per...."
Ma John Dewey non lo lasciò finire e riprese lui la parola: "eliminare il pericolo!"
Robin Allison capiva perfettamente cosa significavano queste parole: Marco Dettori, in quel momento, veniva condannato a morte.
Uwe Aldridge era un ammasso di muscoli che incarnavano l’idea della forza bruta, ma aveva anche un cervello molto ben sviluppato. La sua passione era il culturismo, non solo per il piacere che gli dava la cura del proprio fisico, ma anche per la sensazione di potere che gli veniva dalla consapevolezza della sua forza. La potenza del suo fisico sommata ad una profonda conoscenza delle tecniche marziali, ma anche dell’uso di tutti i tipi di armi portatili (pistole, fucili, bombe a mano), gli impediva di conoscere la paura.
Anche quella mattina si stava allenando, come era sua abitudine nonché suo lavoro, nella palestra del centro di addestramento.
Ufficialmente faceva l’insegnante di educazione fisica, ma la sua vera e nascosta attività era quella di agente speciale, arruolato dai servizi segreti. Era quindi abituato a ricevere ordini all’improvviso, delle più svariate specie... dunque non si meravigliò quando fu convocato dal vice capo in persona, Robin Allison, con la prospettiva di vedersi assegnata una missione speciale.
"Uwe - iniziò Robin appena furono soli, chiusi nel suo ufficio - qui c’è un biglietto di andata e ritorno per l’Italia, una prenotazione per l’albergo a Milano, e le istruzioni sulla missione: quando sarai arrivato a Milano e sarai pronto per eseguire l’incarico, dovrai chiamarmi per l’O.K. definitivo. Nella busta troverai una fotografia, un nome e tutte le informazioni che siamo riusciti ad avere."
Era stato veloce ed allo stesso tempo esauriente. Aggiunse solo:
"Ci sono domande?’
Uwe aveva già eseguito ordini similari in passato e sapeva esattamente cosa fare.
Non aveva bisogno di chiedere niente, né a lui interessava sapere "perché"... lui era abituato ad eseguire, e ad eseguire sempre in maniera perfetta. Uwe Aldridge era il miglior killer professionista arruolato nei servizi segreti.
CAPITOLO SETTIMO
Il ristorantino era proprio simpatico. Angela Rizzitelli aveva saputo scegliere bene. Si trovarono in sette, la sera del quindici aprile, della gloriosa quinta "D". Loris Pietrobono era riuscito a trovare alti tre vecchi compagni di scuola... e già essere in sette lo considerava un notevole risultato.
Come erano tutti diversi: con qualche chilo in più, qualche capello in meno... tutti avvolti nei loro problemi: famiglia, figli, lavoro. Il centro dell’attenzione era naturalmente Marco Dettori, e tutti facevano a gara per scambiare qualche parola con lui.
Rosanna Alfieri, l’unica altra donna presente oltre ad Angela Rizzitelli, aveva le cose più interessanti da raccontare, dopo Marco naturalmente. Lei era stata per dieci anni all’estero, aveva viaggiato moltissimo ed ora lavorava in una delle più affermate agenzie di viaggio, non si era sposata (ma non perché fossero mancate le richieste di matrimonio), e non aveva figli... tra gli altri invece c’era chi addirittura di figli ne aveva quattro; chi si era già sposato due volte; chi raccontava di aver piantato lì gli studi al termine del liceo...
"Ti ricordi della professoressa di italiano?"
"E quel matto del professore di matematica, che faceva anche il rappresentante di caramelle e quando usciva da scuola andava in giro con la sua 600 FIAT carica di dolciumi"
"E quando abbiamo organizzato lo sciopero perché faceva freddo e c’era il professore di scienze che diceva che il freddo permette meglio di ragionare, e noi gli avevamo risposto che proprio perché ragionavamo meglio avevamo deciso di fare sciopero."
Ricordi che si affacciavano alla mente e che ognuno si compiaceva di riportare a galla nella memoria degli altri. Nostalgia per quei giorni spensierati, quando la maggiore preoccupazione era capire il meccanismo che regolava il calcolo logaritmico (a cosa poi sarà mai servito... visto che ora tutti si erano dimenticati del suo funzionamento!), oppure cercare di interpretare l’inferno dantesco (qualcuno aveva ripreso in mano Dante... e sosteneva che quanto lo aveva odiato a vent’anni tanto riusciva ad amarlo dopo i trenta!). Forse è proprio vero: le cose imposte sono sempre spiacevoli (chi non ha odiato "I Promessi Sposi"?), mentre c’è un piacere sottile nel rileggersi liberamente quegli stessi autori, quelle stesse poesie, quegli stessi libri. Le domande e le risposte si intrecciavano lungo il tavolo, e naturalmente si parlò anche a lungo di Aafris ("te la volevi fare, eh Marco?"), delle conseguenze di un viaggio nel tempo, di Wells e di Verne, ma fu Loris Pietrobono a far raggelare gli animi quando improvvisamente chiese a Marco:
"Ma tu non hai paura?"
Marco Dettori si fece scuro in viso e replicò a sua volta con una domanda: "Perché?’
Loris sapeva che ora aveva catturato l’attenzione. C’era uno strano silenzio intorno quando iniziò a parlare: "Tu hai detto che, in un certo senso, sei predestinato a rimandarci nel passato. Non pensi che a qualcuno questo possa dispiacere e che qualche esaltato possa decidere di farti fuori, essendo questo l’unico modo sicuro per evitare che si avverino le tue previsioni?"
La domanda era troppo logica per non destare imbarazzo. Tutti restarono in attesa della risposta di Marco. Lui stava pensando che questa domanda non se l’era mai posta, quindi non poteva avere una risposta pronta. Improvvisamente sentì il sangue ribollirgli nelle vene; ci mise poco però a riprendersi e disse: "Diventerò come Salman Rushdie: perseguitato per un libro!"
Dentro di sé pensava che le minacce di morte a Salman Rushdie non avevano fatto altro che aumentare le vendite del libro, Versetti Satanici, mentre lui era ancora vivo e ricchissimo.
Nessuno osò insistere sull’argomento e fu Rosanna Alfieri a riportare la calma, dicendo: "La prossima settimana viene a trovarmi un mio vecchio amico americano; anche là sei già famoso, Marco. Ci concederai un’altra cena, questa volta a casa mia, naturalmente con tutti gli altri"
Marco si era ristabilito dalla paura inconscia che prima effettivamente lo aveva attanagliato.
"Certo! Mi farà molto piacere rivedervi tutti."
L’amico americano di Rosanna era Uwe Aldridge.
CAPITOLO OTTAVO
Gianni Scorza si era presentato all’appuntamento con Marco Dettori in perfetto orario: erano le nove del mattino di giovedì quattro aprile. Notò che la receptionist era molto carina. Gianni le si avvicinò e, accennando un sorriso, disse: "Ho un appuntamento, qui da voi, con Marco Dettori; sono Gianni Scorza della rivista Attualità."
"Un attimo prego..." fu la risposta scontata. La ragazza si diede da fare con il telefono, avvisando la segreteria, su al piano di sopra.
Le fu detto di far accomodare il visitatore nel salone.
"Da questa parte, prego" e si incamminò verso la grande sala riunioni, lasciando che il giornalista la seguisse. Il salone era veramente enorme; un grosso lampadario pendeva dal centro del soffitto, e quadri rinascimentali rivestivano le pareti. Il tavolo era di un marmo bianchissimo, quasi rosa. Un gruppo di piante sempreverdi occupavano l’angolo in fondo, vicino ad uno splendido mobile a vetri, all’interno del quale si vedevano luccicare bicchieri e bottiglie.
Gianni Scorza spostò una sedia e si accomodò, restando in attesa. Il primo ad entrare fu il professor De Luca, seguito dall’editore in persona e subito dopo arrivò Marco Dettori.
L’intervista si svolse in un ambiente molto simpatico: tutti avevano interesse a ben risaltare. L’editore ci teneva a che il suo pupillo facesse bella figura, così la sua casa editrice avrebbe ben figurato come quella che era stata capace di scoprire un nuovo talento...
Il professor De Luca ci teneva a che il suo allievo facesse bella figura, così avrebbe avuto la soddisfazione di vedere qualcuno che, grazie anche ai suoi insegnamenti, saliva sempre più in alto... Marco Dettori ci teneva per il suo orgoglio e la sua voglia di successo, sempre più successo e fama legata al suo nome... Gianni Scorza ci teneva a che la sua intervista fosse riconosciuta come un pezzo di bravura, così da continuare la sua scalata nel campo giornalistico.
Nessuno pensò ai risvolti negativi ed alle conseguenze delle rivelazioni di Marco Dettori e di quanto contenuto nel suo libro.
Più che all’aspetto scientifico delle rivelazioni di Marco, il giornalista si interessava ai risvolti pettegolieri della situazione. Insistette pertanto sull’aspetto fisico di Aafris, chiedendo a Marco una precisa e puntigliosa descrizione della donna extraterrestre.
L’immaginazione di Marco non aveva confini: poteva spaziare al di fuori della realtà, descrivendo quella donna che lui si era immaginato e che proprio perché immaginaria considerava bellissima.
Questa volta quindi non si soffermò solo sul colore della gonna (rossa) o sulla lunghezza dei capelli (biondi), né sull’aspetto degli occhiali (da intellettuale)... ma cercò di dare quanti più particolari possibili.
La sensazione che permeava l’aria era l’evidente infatuazione di Marco per Aafris: Gianni Scorza avrebbe scommesso che Marco si era perdutamente innamorato di Aafris.
Questo aspetto altamente umano (l’amore è quel sentimento che, più di ogni altro, ci differenzia dagli animali) faceva sì che anche un extraterrestre venisse ora visto come un possibile compagno e amico, e non solo come un nemico (quale ne era l’immagine scaturita dai libri e dai film di fantascienza degli ultimi anni, ‘Visitors’ in testa!)
La cosa più difficile da descrivere (eppure Marco riusciva a immaginarlo così bene) era il profumo di Aafris.
La nostra fantasia riesce a spaziare tra tutti i cinque sensi: Marco Dettori, infatti, aveva così bene descritto Aafris quale avrebbe dovuto essere, sia per come l’aveva vista e per come odorava, ma anche per quale delicatezza al tatto avesse la sua pelle e con quale melodiosa voce gli avesse parlato... ci mancava solo dicesse quale sapore avessero le sue labbra! Ma forse immaginarsi il sapore di un bacio non è poi così semplice...
Alle undici Marco Dettori stava già tornando a casa, l’intervista era finita... E la settimana dopo non disperava di vedersi in prima pagina sulla rivista "Attualità".
Dieci giorni dopo - la foto di Marco era proprio finita in prima pagina sulla rivista - anche il libro era uscito. La cena della quinta ‘D’ era già un ricordo della settimana precedente e Rosanna Alfieri stava parcheggiando all’aeroporto: era andata a prendere il suo amico che arrivava dagli Stati Uniti.
L’aereo atterrò in perfetto orario, ma ci volle quasi un’ora prima che Uwe uscisse. Lo riconobbe subito: alto, atletico, con i lunghi capelli biondi ed un valigione nero come il cappello sotto il quale cercava, invano, di nascondere la sua chioma. Le aveva detto che veniva in Italia per una quindicina di giorni per una vacanza: avrebbe fatto il turista, andando in giro a godersi l’arte italiana, partendo da Milano.
Lei non aveva dubitato, anche se non ce lo vedeva proprio come cultore di arte nostrana. Né lui immaginava che lei potesse avere un benché minimo rapporto con il vero motivo del suo viaggio in Italia: Marco Dettori. Lei era sempre stata attratta da quel corpo muscoloso e non disperava di riuscire a cogliere l’occasione per provarne le capacita amatorie.
Si lanciò subito all’attacco offrendogli alloggio: "Uwe - gli disse - se vuoi posso ospitarti; tanto vivo sola e quindi non devo chiedere permessi a chicchessia!"
Ma lui, sorridendole gentilmente, rifiutò: "Ti ringrazio molto, sei veramente gentile - non voleva sembrare offensivo - ma ho già l’albergo prenotato e non voglio arrecarti alcun disturbo. Avremo comunque modo di passare qualche giornata insieme, se lo vorrai."
Rosanna non volle insistere. "Certo - disse chiudendo il discorso - come vuoi: sappi che comunque io sarò ben felice di farti compagnia in questo tuo soggiorno italiano!"
Era una offerta di disponibilità totale, ed a Uwe questo non dispiaceva affatto.
Quella stessa sera si riuniva, per la quarta volta dalla costituzione, il Comitato Universitario... quello dei quattro saggi De Luca, Rossi, Sarlis e Locatelli (naturalmente sotto l’alta guida del magnifico Rettore) anche se nessuno sapeva cosa poteva venire fuori da quelle riunioni.
L’ordine del giorno prevedeva:
1. Lettura di alcuni brani del libro di Marco Dettori
2. Considerazioni sulla lettura
3. Analogie con altri testi (per quella sera avevano riscoperto "Altre inquisizioni" di Borges, dove si parlava sia di Wells quello de ‘La macchina del tempo’, che di Dunne quello di ‘Esperimento con il tempo’)
Il professor Rossi si era indirizzato alla ricerca della "porta" che permettesse di spostarsi non solo nello spazio ma anche nel tempo: stava elaborando una sua teoria sui buchi neri secondo la quale questi componenti sconosciuti dell’Universo forse non erano altro che le porte di congiunzione tra un tempo e l’altro.
La sua ipotesi era però aspramente combattuta dal dottor Locatelli, il quale, allacciandosi alle affermazioni di Marco Dettori sosteneva che i buchi neri non potevano avere niente a che fare con i viaggi nel tempo, visto che le affermazioni di Aafris, riportate nel libro, parlavano di "qualcosa di estremamente semplice ed elementare"...
E non era certo né semplice né elementare poter nemmeno lontanamente pensare di avvicinarsi ad essi. Non per questo scartava l’ipotesi delle porte, ma sosteneva che queste, eventualmente, andavano ricercate sulla terra stessa e non più in là della nostra atmosfera.
Il dottor Sarlis era invece per la ricerca nel campo della chimica, sostenendo che bisognava ritornare alla considerazione del nucleare, perché anche Einstein da lì era partito. Il risultato era una profonda divergenza di opinioni e la mancanza completa di un solo punto comune dal quale partire: ma chi può dar loro torto? Come si può impostare una ricerca sulle metodologie di qualcosa che non si conosce, come è appunto un viaggio attraverso il tempo? Il professor De Luca cercava di fare da moderatore.
Lui non se la sentiva di elaborare teorie, né voleva propendere per l’una o l’altra ipotesi. Ormai si era ritirato dall’attività; già sapeva di avere fatto tanto aiutando Marco Dettori... e questo per lui era più che abbastanza.
CAPITOLO NONO
Quella sera era il ventuno di aprile e Marco Dettori era rimasto a casa. Da tanto tempo non gli capitava più di passare una tranquilla serata a casa; gli inviti a cena si sprecavano... E non riusciva mai a rientrare prima della mezzanotte.
Aveva mangiato uno dei suoi famosi piatti precotti (da tempo non gli era più successo di degustarne), ed ora se ne stava spaparanzato davanti alla televisione a vedersi un bel film, di quelli in 'prima visione tv'. Aveva tanto inseguito il successo, che già si rendeva conto dell’inutilità di tale assidua ricerca.
Il suo amico Loris... lui sì che era felice: aveva una bella famiglia, due bambini che adorava ed una moglie della quale era ancora follemente innamorato, un lavoro che gli permetteva di vivere nel benessere, senza lussi e senza sprechi.
Cosa vuole dire avere soldi, successo... E solitudine? Sì, ultimamente c’era stata più di una donna che aveva diviso con lui qualche ora d’amore... ma quello non era amore, era solo sesso.
L’amore, quello vero, non si compra con i soldi.
Stava scivolando nel pessimismo, lui che era sempre stato un inguaribile ottimista.
Il trillo del campanello lo fece sussultare: non aspettava nessuno, quella sera... E nessuno poteva immaginarlo a casa, conoscendo le sue ultime abitudini di nottambulo. Si alzò ed andò ad aprire la porta, incuriosito. Il cuore gli saltò in gola quando si rese conto di chi aveva davanti: Aafris! Non era possibile; lui sapeva che Aafris era solo una creazione della sua fantasia, quindi non poteva esistere... forse era solo un sogno; certo doveva essere un sogno.
"Non volevo spaventarti - disse Aafris sorridendogli - ma avevo bisogno di vederti."
Un turbinio di pensieri gli stavano passando per la mente: solo lui sapeva che Aafris non esisteva, ma tutti gli altri ci credevano, quindi magari avevano trovato una donna che somigliasse ad Aafris per verificare le sue reazioni. Però lui aveva dato una descrizione piuttosto vaga di Aafris, e solo la fantasia gli aveva permesso di immaginarla proprio così come ora gli si trovava davanti. Indossava lo stesso vestitino rosso che le aveva immaginato sull’aereo; aveva gli occhiali da intellettuale ed un profumo...
Insomma il profumo era proprio quello che lui aveva immaginato, ed un profumo non si può descrivere. Forse era ancora più giovane di quello che lui avesse pensato, però che differenza può fare 26 o 27 anni? Doveva proprio essere un sogno.
"Allora - continuò Aafris sorridendo - mi fai entrare?"
Marco decise di vedere che cosa succedeva: "Entra pure, come ti sei qui?"
La curiosità aveva completamente investito ogni pensiero di Marco, ma non sapeva come comportarsi, né capiva come fosse Possibile che avesse davanti quella creatura che era solo frutto della fantasia.
Aafris iniziò a parlare: "Tu hai sempre pensato che io fossi solo una creatura della tua fantasia, ed in effetti era questo che dovevi pensare, perché io non ero stata autorizzata a mostrarmi a te, ma solo a comunicare telepaticamente con te, costringendoti a credere che i pensieri che io ti facevo nascere in testa fossero frutto della ma immaginazione."
Marco non riusciva a parlare. Sapeva che doveva lasciarla terminare. "Però tutto ciò che ti ho comunicato - continuò Aafris - e che tu hai registrato nel tuo libro è assolutamente vero."
I pensieri di Marco stavano cercando di riallacciarsi alla logica, ma non poteva smettere di seguire ciò che diceva la ragazza.
"Lo scopo era di far sì che tu pendessi coscienza della possibilità di viaggiare nel tempo e che la costituzione di un idoneo comitato riuscisse a stabilirne le modalità.
Invece il risultato è che l’unico ad aver preso sul serio il tuo libro è qualcuno che ora vuole impedirti di proseguire nella ricerca."
Marco Dettoti aveva gli occhi che gli brillavano, mentre esclamava:
"Ma allora tu esisti davvero, sei davvero Aafris?"
"So che mi avresti riconosciuto, perché telepaticamente ti avevo comunicato la mia immagine, quindi io non posso essere altri che quella che tu hai sempre pensato."
"Allora è tutto vero - esclamò ancora Marco - sono contento di non aver imbrogliato nessuno, visto che quello che avevo scritto nel libro, e che io pensavo falso, è invece vero... Seppur incredibile... Incredibile ma vero!"
"Adesso puoi anche offrirmi da bere - Aafris aveva un sorriso simpatico ed accattivante mentre parlava - come risulta dall’invito che mi hai fatto... nel tuo libro!
Marco corse in cucina: prese due bicchieri, tirò fuori un po’ di ghiaccio dal frigo e sistemò il tutto su un vassoio. Quindi si ripresentò ad Aafris raggiante: "Cosa vuoi bere?"
Immaginate la risposta? "Coca Cola, naturalmente..."
Già, ricordava Marco, la Coca Cola... "Che non è presente nel vostro mondo, come risulta dal mio libro!"
"Quanto puoi rimanere, questa volta?" chiese Marco.
Aafris parve pensierosa, sorseggiando la sua Coca Cola, poi disse: "Tutto il tempo che vuoi!"
Marco sentiva il cuore battere convulsamente; in fondo sapeva di essere sempre stato innamorato di quella fantastica creatura del suo libro, ed ora che se la ritrovava davanti aveva soltanto voglia di stringerla a sé e baciarla, senza pensare ad altro. Spense la televisione, accese il giradischi e fece partire quel lento che gli piaceva tanto. Poi la prese per una mano e le chiese: "Balliamo?"
Lei si alzò, si lasciò prendere tra le braccia ed iniziò a volteggiare a tempo di musica. Lui aspettò che terminasse il primo brano, poi, prima che l’incantesimo si sciogliesse, la baciò. Se avesse dovuto ripetere l’intervista con Gianni Scorza, ora avrebbe saputo dire anche quale fosse il sapore delle labbra di Aafris!
La mattina dopo, svegliandosi, Marco Dettori si guardò intorno: accanto a lui, nel letto, dormiva beatamente la donna dei suoi sogni: Aafris.
Solo allora si rese finalmente e definitivamente conto che era stato tutto vero... meravigliosamente vero.
Si alzò e preparò la colazione; poi sistemò tutto su un vassoio e gliela portò a letto. La svegliò dolcemente con un bacio, dicendole:
"Buongiorno... la colazione è pronta!"
Lei, con gli occhi ancora chiusi, sorrise. Poi si tirò su, sistemandosi il cuscino dietro la schiena, e lo attirò a sé per baciarlo, dicendogli: "Buongiorno, amore!"
Mentre stavano bevendo il caffè, lui la guardò e chiese: "Allora, quali sono i programmi per oggi?"
"Penso che dovremo preparare un piano - Aafris si era fatta seria e pensierosa - per difenderti da chi vuole impedirti di scoprire il modo di viaggiare nel tempo: forse tu non lo hai ancora capito, ma stai correndo un serio pericolo... di vita!"
Marco si fece buio in viso e pensò: "Allora aveva ragione Loris, quando diceva che qualche esaltato potrebbe pensare di farmi fuori"
"Comunque non devi preoccuparti più di tanto - cercò di tranquillizzarlo Aafris - finché ci sono io con te!"
Certo, con una extraterrestre al fianco non avrebbe potuto avere paura di nulla.
Proprio in quello stesso momento Uwe Aldridge si stava svegliando: la sua giornata sarebbe stata molto impegnata, in quanto doveva verificare in dettaglio il piano che già aveva in mente. Uccidere un uomo non è poi così semplice, soprattutto se non si devono lasciare tracce... senza considerare che lui si trovava fuori dal suo ambiente, in un paese straniero. Ma era il migliore e per questo era stato scelto.
Si alzò, si fece la barba canticchiando, poi scese a fare colazione.
Aveva preso alloggio in un albergo non troppo centrale. Anche se Rosanna aveva insistito per ospitarlo, aveva preferito andare in albergo, per essere più libero nei movimenti ed evitare un controllo troppo ossessivo, quale avrebbe potuto essere quello di Rosanna.
Il programma della giornata prevedeva anzitutto l’accertamento dell’indirizzo di Marco Dettori, per poi organizzare l’operazione nella perfetta conoscenza della zona limitrofa.
Il pomeriggio lo avrebbe passato con Rosanna, facendo il turista, come d’altronde doveva ufficialmente risultare che lui fosse. Tanto sapeva che l’eventuale GREEN LIGHT per l’operazione non sarebbe arrivata presto.
Rosanna era andata a lavorare anche quella mattina; però aveva già chiesto ed ottenuto un permesso per il pomeriggio. Non voleva lasciare completamente solo il suo vecchio amico Uwe, se non altro per il debito di riconoscenza che aveva nei suoi confronti, visto che lui l’aveva ospitata ed assistita in passato, quando era stata lei a trovarsi sola all’estero.
Erano rimasti in contatto, anche se molto saltuario: una cartolina ogni tanto e qualche sporadica telefonata giusto per non perdersi completamente di vista. Lei era stata qualche volta a trovarlo, mentre lui non era mai venuto a Milano. Era una di quelle amicizie superficiali (lei neanche sapeva che lavoro lui facesse) ma che riescono a mantenersi intatte lungo gli anni. Nel pomeriggio lo avrebbe portato in giro a visitare qualche museo, e poi sarebbero andati a cena insieme in un ristorante "italiano", come solo in Italia ne possono esistere.
Fu proprio durante la cena che i discorsi caddero sull’argomento d’attualità: "Hai sentito parlare - iniziò Rosanna - di una importante rivelazione scientifica... tutta italiana?’
Uwe rimase titubante. Rosanna continuò: "I viaggi nel tempo, l’extraterrestre Aafris, le rivelazioni di un italiano, Marco Dettori"
Uwe pensò che non c’era motivo di negarne la conoscenza. "Sì ho sentito qualcosa, ma mi sembra una notizia assurda: viaggiare nel tempo... va bene come trama di qualche film o di un libro di fantascienza!"
"No - intervenne Rosanna - è tutto vero: pensa che chi ha fatto tutte quelle rivelazioni è un mio amico; io e Marco Dettori eravamo al liceo insieme!" Il viso di Uwe si illuminò.
Rosanna pensò che fossero state le sue parole ad attirare l’attenzione e stimolare la curiosità del suo amico. Uwe invece stava pensando che la missione andava di bene in meglio: ora aveva anche la fortuna dalla sua parte, perché solo una combinazione così fortunata poteva avergli messo in mano l’anello di congiunzione con Marco Dettori.
Adesso sapeva che, tramite Rosanna, avrebbe raggiunto Marco Dettori molto, ma molto facilmente e senza destare alcun sospetto.
CAPITOLO DECIMO
Aafris era uscita, promettendogli di tornare presto. Marco era rimasto solo ed i suoi pensieri iniziavano a vagare: il dubbio stava cercando di entrare con forza nel suo cervello.
Proprio recentemente aveva scritto alcune pagine imperniate sul dubbio, che aveva già scelto come argomento di un suo prossimo libro, e decise di rileggerle.
Iniziava parlando di un film a cui aveva assistito tanti anni prima... un film che si intitolava "La Governante". Quando era quasi arrivato alla fine, lui era dovuto uscire (aveva un appuntamento a cui non poteva mancare) e quindi non sapeva come fosse finito il film. Aveva lasciato lei, la protagonista, che meditava di suicidarsi e stava trafficando per infilare il collo in un nodo scorsoio.
Nei giorni successivi fu preso da un dubbio: ma poi, muore o la salvano? (Si riferiva ovviamente al destino della protagonista, che aveva lasciato con un cappio al collo). Passando davanti ad una libreria aveva trovato esposto proprio il libro da cui era stato tratto il film: "La governante". Così pensò di unire l’utile al dilettevole: lo scioglimento di un dubbio ed una piacevole lettura di un libro (a lui era sempre piaciuto leggere, così come era sempre stato il suo sogno scrivere un libro).
Poche ore ed il dubbio era sciolto: lei moriva suicida, impiccata.
Aveva raccontato tutto questo per spiegare come, a volte, siamo presi da dubbi, su cose semplici e sciocche, o anche su cose importanti. Lui dubitava, prima di aver letto il libro, di come finisse un certo film. Grazie al libro, ora non aveva più dubbi.
Grande fu la sua sorpresa quando, diversi anni dopo (forse più di dieci) si accorse, rivedendolo in televisione, che il finale del film era diverso: la governante veniva salvata proprio all’ultimo momento.
E' certo un esempio sciocco, ma questo caso potrebbe essere facilmente riproposto per situazioni molto più serie ed importanti. In fondo, la filosofia è quella scienza che cerca, da quando esiste, di darci delle certezze, mentre la realtà continua a riempirci di dubbi.
Un altro esempio, che aveva già trascritto, riguardava la costellazione di Orione. Una delle cose belle dell’inverno (Orione non compare mai in estate) è proprio questa costellazione fatta a forma di clessidra.
Per far memorizzare ai suoi amici questa caratteristica invernale di Orione, aveva sempre rammentato loro che Dante, nella Divina Commedia (poema ricco di allegorie) indica l’inverno semplicemente definendolo con poche parole: "quando Orion nel cielo imperversa".
Proprio poche sere prima, sfogliando un libro di poesie dell’800, ne aveva trovata una del Parini che inizia così: "quando Orion declinando su nel cielo imperversa..."
"Oh no - si era domandato - è mai possibile che davvero sia stato, per tanto tempo, in errore?"
Era corso a sfogliare la Divina Commedia (cercando nell’indice analitico la parola Orione) ma nessuna traccia di quella costellazione.
Eh sì - aveva dovuto ammettere - era il Parini e non Dante.
Eppure era così sicuro... pensiamo ai nostri antenati, certi che la terra fosse piatta... ma dopo Galileo, come la mettiamo?
Quanta gente è rimasta in dubbio (nei secoli passati) ed il mondo diviso tra i fautori della terra piatta e quelli della terra tonda.
Praticamente non possiamo essere sicuri di niente (possiamo quindi dubitare di questa stessa affermazione!). Quante certezze improvvisamente diventano dubbi o, magari, certezze dell’opposto:
"Dio esiste o no?"
Marco continuava ad interrogarsi, rileggendo i suoi appunti.
Sono stati scritti innumerevoli libri, se ne discute dal tempo in cui l’uomo si è accorto di essere capace di pensare; si danno continuamente dimostrazioni (talvolta a favore, altre volte contro) ma l’unica cosa certa è solo una: il dubbio. Epicuro, filosofo dell’antica Grecia, dimostrava l’inesistenza di Dio, liberando l’uomo dal dubbio. Sant’Agostino, filosofo medioevale, dimostrava invece l’esistenza di Dio, liberando l’uomo dal dubbio.
Marco sapeva che era un’idea completamente assurda pensare di liberarsi dal dubbio affermando l’esistenza di qualcosa ed anche l’esistenza del suo contrario. "... e così non ci è rimasto più niente in cui credere".
Con queste parole finivano quei pochi appunti che si era riletto.
Come dargli torto? DIO è una parola troppo grande, sulla quale la filosofia si è accanita per secoli, millenni, senza venire a capo di nulla.
PATRIA forse aveva un valore in tempo di oppressione o di guerra, ma oggi, che tendiamo ad allargare i confini, serve solo a farci commuovere quando sentiamo risuonare l’inno nazionale, magari per poi rincretinirci davanti ad un gruppetto di uomini in pantaloncini corti che corrono dietro ad una palla.
FAMIGLIA era qualcosa di importante in passato, quando i vecchi venivano chiamati patriarchi e si era veramente tutti per uno ed uno per tutti, mentre ora questa parola serve più ad indicare organizzazioni criminali, come la mafia (la grande famiglia) che non il raduno davanti ad un caminetto di persone legate da vincoli di sangue.
Ma se non ci è rimasto più nulla in cui credere e siamo ingabbiati in un mondo fatto solo di dubbi irrisolvibili, quale forza può esistere per convincerci ad andare avanti?
Marco Dettori aveva trovato la risposta: sapeva che il suo ottimismo ed il suo amore per Aafris gli avrebbero permesso di superare qualsiasi ostacolo. Lui sapeva credere in Dio, riusciva ancora ad idealizzare la sua Patria e covava il sogno segreto di essere un giorno il patriarca di una vera Famiglia... con Aafris, naturalmente! E la constatazione che anche il suo inseguire il successo era ora svincolato dalla menzogna su cui lo aveva voluto costruire... lo riempiva di gioia. Capiva però che qualche problema nuovo si profilava all’orizzonte.
Aafris gli aveva parlato addirittura di pericolo di morte, ma lui non aveva paura.
Sapeva che Aafris lo avrebbe aiutato e protetto.
CAPITOLO UNDICESIMO
Uwe Aldridge era particolarmente allegro, quella mattina. La sera precedente, dopo la cena, era salito da Rosanna... e naturalmente aveva lasciato che quello che doveva accadere accadesse.
Aveva sempre avuto un debole per le donne latine, e le italiane in modo particolare sapevano fargli vivere emozioni indescrivibili.
Non avevano quella freddezza tipica delle donne americane, né quella completa mancanza di immaginazione che aveva trovato nelle tedesche. Non avevano quel servilismo esasperato delle orientali, né la voglia di dominare delle brasiliane.
Lui, che aveva girato il mondo ed in fatto di donne poteva dire la sua, sapeva che Rosanna non lo avrebbe deluso. E, naturalmente, non si era sbagliato. Si era lasciato andare e l’attenzione passionale che Rosanna aveva dedicato al suo corpo (e ad una certa parte, specialmente) lo aveva conquistato. Quasi cominciava a sperare che i tempi per la sua missione si prolungassero, così da poter avere altre occasioni di incontro con Rosanna.
Quella mattina, comunque, doveva dedicarsi all’elaborazione seriamente e concretamente di un piano il cui scopo era l’eliminazione di Marco Dettori. Si era studiato attentamente le istruzioni avute, memorizzando ogni cosa e distruggendo poi qualsiasi traccia, ed ora stava ispezionando l’arma che gli era stata fatta pervenire.
Non l’aveva portata lui, - i controlli sugli aerei erano molto severi ed è quasi impossibile far passare una qualsiasi arma, - ma al suo arrivo era stato contattato e gli era stato recapitato un pacco: conteneva una magnifica pistola, corredata di pallottole e silenziatore.
Sapeva già anche dove lasciarla per la restituzione: altri Avrebbero provveduto a far sparire quella che sarebbe stata "l’arma del delitto". Lui doveva solo stabilire come e quando premere il grilletto, assicurandosi che il bersaglio morisse e non ci fossero testimoni. Un lavoretto, in fondo, facile facile.
CAPITOLO DODICESIMO
Aafris era rientrata, come promesso. Marco pensava di portarla fuori a pranzo, ma lei gli fece capire che avrebbe preferito restare a casa. La curiosità di Marco fece sì che lui iniziasse con le domande: "Aafris mi puoi dire da dove vieni esattamente?’
Lei, come aveva fatto ai tempi del libro, la prese un po’ alla larga. "Vedi Marco - e intanto sorrideva - quando Cristoforo Colombo è arrivato in America, qualcuno gli chiese da dove, veniva. Ma lui cosa poteva rispondere? Poteva solo dire che veniva da lontano. Genova, o Italia, o Europa, erano parole che non avrebbero comunque avuto alcun senso per gli indigeni"
Marco la interruppe: "Poteva dire che veniva da un paese al di là dell’oceano, lontano nello spazio..."
"Benissimo - riprese Aafris - io vengo da un paese lontano, ma non solo lontano nello spazio... anche lontano nel tempo. Va bene ora?’
Marco non si dava per vinto "ce l’avrà un nome il tuo paese?"
"Certo - rispose Aafris con aria birichina - pero ("ah pensava Marco - ricominciamo con i ma e i però, con gli zuccherini e le immediate contraddizioni, come nel libro") da noi il paese si identifica con la persona, quindi per me il mio paese si chiama Aafris".
"Va bene - Marco decise di arrendersi - dimmi piuttosto cosa vuoi mangiare... sempre che non mi chiedi qualche cibo strano che qui da noi non esiste!"
"Penso che mi piacerebbe gustare qualcuno di quei pranzetti precotti... che tu sai cucinare così bene!"
Marco si diede da fare dietro ai fornelli. Intanto Aafris apparecchiava, dimostrando di conoscere perfettamente usi e costumi terrestri.
Per chi avesse assistito alla scena dal di fuori, sarebbero sembrati una coppia molto affiatata, mentre non erano neanche ventiquattr’ore che stavano insieme. Ma loro, almeno idealmente, erano uniti da lungo tempo, da un tempo difficile da misurare con le nostre misure terrestri.
La forza dell’amore aveva fatto sì che il sogno di Marco si materializzasse. Sempre la forza dell’amore aveva fatto sì che Aafris lasciasse la sua terra per venire a salvare Marco dal pericolo di vita in cui ora si trovava.
EPILOGO
Il telefono di casa di Marco Dettori continuava a squillare, ma nessuno rispondeva. Tutti lo stavano cercando: il professor De Luca per richiedergli di presenziare alla prossima riunione del Comitato, Rosanna Alfieri per invitarlo a cena e presentargli il suo amico americano, Gianni Scorza per ringraziarlo dell’intervista...
Ma lui non c’era. D’altronde lui era scapolo e poteva anche andarsene in vacanza per un mese, senza dover rendere conto a nessuno.
Il lavoro lo aveva lasciato già da qualche tempo: appena si era reso conto che era più interessante dedicarsi ai convegni ed alle riunioni - sempre indirizzati alla promozione del suo libro - si era licenziato e ormai si era dimenticato di cosa significasse la routine delle otto ore giornaliere dietro una scrivania.
Il Comitato di studio si riuniva regolarmente tutti i mercoledì (avevano deciso di fissare un giorno settimanale, per evitare di doversi accordare ogni volta... visto che era più il tempo necessario per decidere le date future che quello realmente dedicato allo scambio delle opinioni), ed era stato allargato ad altri autorevoli ed illustri scienziati. Le riunioni erano aperte al pubblico e questo aveva fatto sì che l’interesse per l’argomento non svanisse. Però sarebbe stato bene che, almeno una volta ogni tanto, fosse presente anche Marco Dettoti. Invece lui non si vedeva più.
Il professor De Luca si faceva carico di esserne il portavoce, puntando sul suo carisma e sul suo passato di insegnante di Marco.
Gianni Scorza voleva aggiornare i suoi lettori sulla situazione, e per questo avrebbe voluto ottenere una nuova intervista con Marco Dettori. In fondo parte del suo personale successo era dovuto proprio al successo di quella famosa intervista che aveva fatto a Marco Dettori. Doveva invece accontentarsi dei resoconti delle riunioni del Comitato, anche se a lui giungevano tramite il filtro di Franca Rinaldi, la moglie del dottor Locatelli. Se non altro i resoconti di Franca avevano quella caratteristica di facile comprensione che invece sarebbe mancata a chi avesse voluto assistere direttamente alle riunioni, visto l’uso e l’abuso di termini tecnico scientifici incomprensibili ai più. Franca, tra l’altro, si trovava meglio in compagnia di Gianni e dei suoi resoconti giornalistici sugli avvenimenti più disparati, che non in compagnia delle elucubrazioni su computer, programmi e matematicismo esagerati che riempivano i discorsi di suo marito. Ma questa è un’altra storia.
John Dewey aveva finalmente ottenuto il rapporto dall’ambasciata ed aveva già avvisato Robin Allison che il via per l’operazione sarebbe stato dato entro brevissimo tempo. Doveva solo avere la conferma dal Presidente, ma sapeva che questa non sarebbe stata un problema, viste le valide argomentazioni che lui si apprestava a comunicargli. Sapeva anche che il Presidente non avrebbe preso da solo la decisione, ma si sarebbe consultato proprio con il capo di Robin. Un po’ di pressione l’avrebbe fatta lui da una parte, un po’ di pressione l’avrebbe fatta Robin dall’altra ed i rispettivi capi avrebbero deciso quello che lui aveva già programmato e deciso da tempo.
Uwe Aldridge aveva organizzato un’operazione a dir poco perfetta. Grazie soprattutto a Rosanna (ingenuamente complice) aveva saputo tante di quelle cose che ormai l’operazione sarebbe stata proprio un gioco da ragazzi. Mancava solo il via definitivo, che doveva arrivare da un momento all’altro. L’unico problema era che Marco Dettori sembrava sparito. Forse si era solo preso qualche giorno di vacanza, e lui non dubitava che sarebbe rientrato entro pochissimi giorni. Certo che se gli fosse scappato sotto il naso... ma a questo non ci voleva proprio pensare.
Fu Loris Pietrobono a ricevere una lettera, qualche giorno dopo, speditagli proprio da Marco Dettori.
Diceva: "Caro Loris, ho deciso di scrivere a te, perché tu sei quello che ha visto più lontano... quando mi hai fatto presente che stavo rischiando molto, dopo che avevo pubblicato il mio libro.
Devi sapere che Aafris è tornata a trovarmi, proprio per avvisarmi che qualcuno stava preparandosi ad uccidermi. Naturalmente lei poteva aiutarmi, ma eliminare il pericolo una volta non significava averlo eliminato per sempre.
Comunque ormai la storia è stata cambiata e la mia predestinazione a scoprire il modo di viaggiare nel tempo si è annullata. Io non scoprirò più nulla e non c’è più alcun rischio che si ritorni al passato... almeno non per colpa mia. Però questo diventa difficile andarlo a spiegare a qualcuno che si sta preparando ad uccidermi.
Così ho deciso di andare con Aafris: al di là del tempo e dello spazio, come avevo scritto nel mio libro.
In fondo io ho sempre sognato di trovare l’amore, il grande amore, e, andando con lei, so anche che il nostro amore sarà eterno, nel vero senso della parola. Sto per partire per un viaggio verso un mondo nuovo, certamente diverso da qualunque luogo io possa avere mai visto, o anche solo sognato e, se un giorno dovessi decidere di tornare, magari ci scriverò un libro! Salutami tutti gli amici e ringrazia in modo particolare il professor De Luca, che tanto ha fatto per aiutarmi.
Marco (e Aafris)"