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Paolo Federici |
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16/11/2011
Sulle ali dei ricordi (di Pietro Ciacci)
presentazione di Cinzia Morselli: Raccontarsi
“C’è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi
in modo diverso dal solito. Capita a tutti, prima o poi.” Lo scrive Duccio
Demetrio, amato maestro, nel suo libro “Raccontarsi. L’autobiografia come cura
di sé” (Cortina, 1996).
Non so se capiti a tutti, a molti forse. Pochi, però, sanno portare a termine il
progetto di dare forma alla propria vita attraverso la scrittura. Pochi riescono
a trasformare i propri ricordi in un libro che oltre a essere stato scritto
verrà letto. Pietro si. Ho letto la prima parte della sua vita per caso e ho
provato stupore, meraviglia, gratitudine. La sua narrazione è la
concretizzazione di tutto quello che ho studiato, approfondito, sperimentato
intorno alla scrittura autobiografica: un testo che narra in prima persona la
vita nel tentativo di resistere all’oblio della memoria, senza intenti poetici o
letterari ma per rispondere all’urgenza del bisogno della riflessione sul
proprio essere al mondo. Una scrittura della necessità che amplifica la vita nel
momento stesso che la pensa per poterla raccontare. Scrittura autobiografica che
si scopre biografia della storia familiare, sociale, culturale. Che racconta i
legami con il tempo e il territorio: sono molto belle le pagine in cui Pietro
parla della sua terra, della sua casa, della sua gente. Così come sono molto
concrete le descrizioni delle città vissute da migrante: studente prima e
professionista dopo. Insieme alla sua storia Pietro racconta altre storie e la
scrittura diventa una pratica di ricerca, creazione, elaborazione di senso; un
senso che tiene conto della precarietà e della potenza della vita. Pratica di
scrittura che diventa anche esperienza della memoria: i ricordi si svelano da
soli, mutano, si trasformano. Gioia e dolore si intrecciano e non si sa dove
finisce l’una e comincia l’altro: si fondono nel sapore dolceamaro della
nostalgia che non sfuma i contorni ma esalta i particolari. Fare autobiografia è
anche questo: affrontare l’inquietudine del ricordo per darsi la possibilità di
una tregua, di fermarsi per sentire di esserci, per essere presenti a se stessi
aprendosi al passato e rendendosi disponibili agli altri. Scrittura necessaria
che crea relazioni, cura rapporti, paga i conti di gratitudine al passato, non
per chiudere le partite ma per riconoscenza e affetto. E questo Pietro lo sa
bene.
“Ogni uomo è filosofo” diceva Gramsci. Penso che Pietro sia un grande filosofo,
diverso sicuramente da quelli che ho studiato sui libri all’Università: non un
filosofo della teoria, ma un filosofo che pratica la filosofia.“La filosofia
può, rinnovando se stessa nella considerazione attenta della biografia,
ritrovare la sua vocazione di cura dell’anima” scrive Romano Madera in “La
filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche” ( Bruno
Mondadori, Milano 2003).
Grazie Pietro!
(presentazione di Mimmo Cecere)
Con il primo libro, Le mie origini, la mia storia, Pietro Ciacci ci ha stupito e
meravigliato. Che un ingegnere strutturista e affermato professionista si
dedicasse, nel tempo libero, alla scrittura è stato per tutti noi, che lo
conosciamo da tempo, una vera sorpresa.
In quel suo primo libro, uscito nel dicembre del 2010, Pietro ha raccontato una
storia intima, personale e, al tempo stesso, collettiva. In 38 capitoletti egli
ha condensato i ricordi della sua giovinezza, trascorsa nelle Marche nella casa
colonica di Ca’ Cappuccio nella Valle del Metauro. Ricordi di giovinezza, per
molti aspetti, simili a quelli da me vissuti, più di quarant’anni fa, sulla
montagna che domina la Valle del Sauro, nel cuore della Lucania.
Il racconto autobiografico è per Ciacci oltreché un modo per far rivivere il suo
passato anche un’occasione per descrivere il contesto in cui egli ha vissuto, il
mondo rurale che tanto ha contribuito a formarlo come individuo e come
professionista. Sul filo dei ricordi, Ciacci rende omaggio alle figure
straordinarie dei suoi cari e, al contempo, ci offre uno spaccato della vita di
campagna: dal racconto struggente della perdita della mamma, al lavoro
instancabile del padre, dalle numerose attività dei campi, seguendo il ritmo
delle stagioni, all’uccisone del maiale. I racconti non seguono un percorso,
rigidamente strutturato, con finalità descrittive e antropologiche ma,
piuttosto, una linea zigzagante che condensa i ricordi man mano che evaporano
dalla memoria. Con questo primo libro, dedicato al tempo dell’infanzia e
dell’adolescenza, Pietro ha voluto testimoniare il legame profondo che lo unisce
ai suoi genitori e al mondo della campagna. Al tempo stesso, egli ha gettato un
ponte per saldare il mondo contadino del passato, ancorato all’economia di
sussistenza, al tempo presente governato dall’economia globalizzata.
Con questo secondo libro, Pietro completa il racconto della sua vita, rievocando
l’uscita da casa, gli anni della scuola superiore, gli studi universitari, la
laurea a pieni voti, le prime esperienze di lavoro, il trasferimento a Milano
nei primi anni Ottanta, «una città – egli scrive – che non permette di scorgere
l’avvicendarsi delle stagioni e dove la vita non è regolata dal ritmo che misura
lo scorrere del tempo», il distacco definitivo dalla tanto amata campagna
marchigiana, il fidanzamento, il matrimonio, la scoperta della malattia, la
nascita dei figli, gli interventi chirurgici, la fine del matrimonio,
l’acutizzarsi delle difficoltà motorie.
Se nel primo libro, il racconto autobiografico si con-fondeva nella descrizione
di molteplici aspetti della vita contadina del passato (la raccolta dei tartufi,
la lavorazione del granturco, l’uccisione del maiale, la liscivia, i soprannomi,
il pane e la conserva fatti in casa…), in questa seconda fatica il racconto
dell’io prende il sopravvento.
Quando Pietro mi ha inviato il file con la seconda parte degli scritti, non nego
di aver avuto un piccolo moto di stizza. In Italia si pubblicano ogni anno più
di trecentomila titoli, mentre i lettori rimangono gli stessi di trent’anni fa.
Quale arcano mistero spinge una moltitudine di persone a cimentarsi con la
scrittura, invece di dedicarsi più approfonditamente alla lettura?
Non per vezzo e neppure per mero narcisismo nascono i testi di Pietro. La
scrittura, per uno come lui di formazione tecnico-scientifica, è una conquista;
uno strumento espressivo per rapportarsi con il mondo che la siringomielia
vorrebbe negargli. Scrittura, dunque, come terapia e, al tempo stesso, strumento
da contrapporre alla forza subdola e devastante della malattia.
«Chi vive la malattia – egli scrive – può accettarla o non accettarla, può
pensare di poterci convivere, ci si può confrontare, può stringerci un
armistizio, una specie di patto di non belligeranza. Sapendo di non poterla
vincere in un combattimento leale, in cui a combattere slealmente e lei, decide
di andarci a braccetto, come per farsela amica, se non altro per tenerla sempre
sotto controllo e, nei limiti del possibile, anticiparne le mosse».
In letteratura sono innumerevoli gli esempi di autori che, elaborando il loro
personale disagio fisico, mentale ed esistenziale hanno prodotto opere di grande
valore letterario. Thomas Mann nei tre romanzi: La morte a Venezia, Tristano e
Tonio Kröger ha disvelato lo stretto legame che unisce la malattia, l’arte e la
vita. Italo Svevo, invece, ne La coscienza di Zeno sottopone il protagonista del
romanzo, Zeno Cosini, a redigere con scrupolosa analisi introspettiva un diario
della sua vita, per aiutarlo a superare il malessere psicologico che lo
affligge. In Alberto Moravia è la tubercolosi a fornigli lo stimolo a dedicarsi
alla lettura e poi alla scrittura. In Giuseppe Berto, infine, è il tema della
depressione ad essere indagato nel romanzo “Il male oscuro”. La malattia,
dunque, può essere uno straordinario propellente per stimolare la nostra
espressività.
Pietro ha il dono di non drammatizzare la sua malattia. Non esprime la
disperazione della sua condizione. Non vuole tediare o annoiare il lettore con
il racconto della sua quotidianità, della fatica che fa a gestire il suo corpo,
della perdita progressiva della funzionalità dei suoi arti. Affida la sua
condizione alla metafora letteraria, inserendo nel testo dei brani estratti da
Il gabbiano Jonathan Livingstone, di Richard Bach. Un gabbiano che egli immagina
venirgli in sogno per raccontargli quanto ha in comune con lui. Il gabbiano è il
nostro “io” nascosto che custodiamo nel profondo dell’animo. È la voce amica che
ci consiglia, che ci parla, ci istruisce, c’invita a «lottare senza mai
rinnegare se stessi». Ci ricorda di non perderci d’animo, di credere fino in
fondo nelle nostre possibilità, di preservare i nostri ideali, di non smettere
mai di osare, di non abbatterci di fronte alle avversità, di continuare a
sognare e a lottare, anche quando tutto intorno a noi sembra volgere al peggio.
Pietro, attraverso il suo personale gabbiano, c’invita a volare alto, a
salvaguardare la nostra libertà anche quando, com’è il suo caso, il corpo è
insensibile ai desideri della mente.
(recensione di Paola Tegli)
Pietro ha mantenuto la promessa: l’anno scorso è uscito a sorpresa con il suo
primo libro “LE MIE ORIGINI, LA MIA STORIA” ed ecco che oggi, come annunciato,
esce con il secondo dal titolo “SULLE ALI DEI RICORDI .“
Continua così quel percorso iniziato ma volutamente interrotto. E già dalle
prime pagine il lettore avverte il motivo di questa scelta: da un lato i ricordi
di una fanciullezza felice nonostante il dolore per la perdita dell’amata mamma,
dall’altro i ricordi più recenti e quindi più sentiti, anche perché vissuti da
adulto in maniera consapevole.
Pietro divide dunque la sua vita in due momenti: quello disincantato della
fanciullezza e quello della transumanza generazionale. Periodo che prelude ad un
vero e proprio sconvolgimento, quando un uomo passa dalla fase in cui è solo
figlio a quella in cui è anche padre. Infatti qui, Pietro, diventa padre.
Ma qualcosa di nuovo e di impensabile stravolge la sua vita. Un fatto
imprevedibile lo pone a confronto con una realtà non voluta, non cercata (come
può essere la paternità), una realtà subita e per questo tanto più dolorosa.
Lo aiuta nella lettura dell’ignoto, il sogno del gabbiano, metafora che
inconsciamente anticipa il futuro, fino a fondersi con la realtà stessa.
E qui si scopre, ma vorrei dire si conferma, un Pietro attento non tanto alla
sua persona, quanto a quello che la sua persona rappresenta per gli altri.
Consapevole del fatto che i discepoli seguono l’esempio del maestro, non le sue
parole, cerca una risposta a quelle stesse domande che il gabbiano si pone nel
sogno: “Come avrebbe potuto insegnare a volare ai suoi figli se non era più in
grado di farlo lui stesso? Insegnare loro a cacciare se non era più capace di
procurarsi il cibo? Ad essere autonomi se era costretto a dipendere dagli
altri?” Risposta che può trovare solo affidandosi ad un Maestro più grande di
lui, discreto e silenzioso ma sempre presente, soprattutto nei momenti di
difficoltà, come gli ricordano le orme sulla sabbia. Saprà Lui aiutarlo ad
accettare quella condizione di “diversamente abile” e ad adempiere a quella
missione di padre e di “maestro”al quale è stato comunque chiamato.
La seconda parte del libro è ancora una carrellata di esperienze e di memorie di
un tempo passato ma non troppo lontano. Un tempo che resterà sempre nel cuore di
Pietro, convinto che “la vita è una catena e che il presente non può essere
disgiunto dal passato. Perdere degli anelli e come perdere la continuità,ci
rende deboli ed indifesi, come una pianta con le radici recise”.
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